Codeste eccezionali doti di Catilina avevano percosso l’eccezionale Sempronia, e allorchè poi lo vide mandar gemiti e versar lagrime e a tutti rivelare i segni di un amore senza esempio, sentì vivissimo il desiderio che a lei, stanca oramai di adorazioni sempre eguali, e che nell’assidua moltiplicità si scancellavano a vicenda, toccasse finalmente in sorte un uomo di quella tempra. Però, varcando i limiti di quella prudenza che deriva dall’orgoglio femminile, potè proferire, pure in presenza della salma d’Aurelia, quelle parole che a Catilina comandarono un pensieroso silenzio. Ma Sempronia, adunati servi e schiavi e donne libere e vergini e sacerdoti e sagrificatori e ustori e préfiche gementi, fece apprestare all’amica Aurelia onori funebri degni di asiatica regina; e quando le fiamme del rogo estremo innalzarono altissime le loro lingue luminose, i naviganti del Mare Interno, calando allora la notte, credettero, guardando da lungi, fosse luce di faro.

Catilina partì con Sempronia; e nella villa di lei si raddensarono, lungi da Roma, più e più le trame della congiura. E vi furono adunanze quotidiane. Cesare vi fu chiamato, e parve lasciarsi attrarre. Ma ora si ha vederlo altrove.

X. I GIUOCHI DEL CIRCO MASSIMO.

Alle calende di giugno, ricorrendo la festività del dio Vulcano, si apprestavano, come di consueto, pomposi giuochi e gare di corse, a cavallo, colle bighe, a piedi. Que’ giuochi si facevano nell’antico Circo Massimo, e vi accorreva tutta Roma e gente extra-urbana e di tutta Italia.

Quel circo fu dal Prisco Tarquinio fatto innalzare tra i monti Palatino ed Aventino. Costrutto con legno in principio, fu al tempo dei Scipioni rifatto con marmi e pietre e mura laterizie. Appellavasi Massimo per la sua ampiezza. Plinio lasciò scritto ch’era lungo circa duemila e duecento piedi, largo intorno a mille. Secondo Dionigi d’Alicarnasso, poteva contenere 150 mila persone ai tempi di Tarquinio; secondo Plinio, 260 mila al tempo dei Scipioni; secondo Aurelio Vittore, al tempo di Cesare, la sua grandezza era tale da contenere 300 mila persone. Quel circo era più lungo che largo, la parte anteriore a linea retta, la posteriore a linea curva. Era cinto da portici di sessanta arcate.

Sotto que’ portici aprivansi botteghe per la vendita di commestibili, ed anche di mercanzie (tabernæ mercatorum); sovra que’ portici erano sedili di pietra a scalea. V’eran le carceri a vôlta pei cavalli e i carri e le bighe; tra i portici e il vacuo scorreva l’Euripo, il quale era un canale largo e profondo. Le mete eran di legno dorato; nel mezzo sorgeva un alto obelisco dedicato al Sole (obeliscus Solis) quasi albero di nave; presso al quale sorgeva il suo tempio, e intorno i simulacri delle dee Pollenza e Cerere e Libera e Murcia e Venere. Fino al tempo di Cesare non si davano che spettacoli romanamente ma grettamente popolari, ma la distinzione e l’eleganza greca dei giuochi olimpici non cominciò che con Cesare. Le gare non v’eran sostenute che dai giovani patrizj di Roma. Non fu che sotto Costanzo che nel Circo Massimo si diedero combattimenti di gladiatori; e sotto Claudiano caccie di leoni e di tigri. Se il Colosseo, che a noi posteri impiccioliti, sembra la costruzione più gigantesca e poderosa e insigne di magistero architettonico che vanti l’antichità, non conteneva che 80 mila spettatori; se la moderna Arena milanese, che in altezza è la sesta parte del Colosseo, ma in area è il doppio, pur non potrebbe contenere che 40 mila spettatori pigiatissimi, l’immaginazione si smarrisce pensando ai 300 mila spettatori che potevano sedere nel Circo Massimo, e quasi è tentata a credere mendace Aurelio Vittore, se questo non fosse rinfrancato dall’autorità di Dionigi d’Alicarnasso e di Plinio.

Ventiquattro erano i giovani patrizj che intervenivano a dar spettacolo di sè correndo a piedi, a cavallo, sui carri, nelle bighe. Nessuno doveva aver varcato il quinto lustro. Venivano scelti fra quanti si presentavano agli esperimenti, i quali duravano otto giorni prima della festa. Nè solo in quegli esperimenti davasi il diritto di corsa alla prevalente valentìa personale, ma sì anche alla bellezza fisica. A pari valore il più bello era prescelto. Presiedeva a tale giudizio l’Edile di Roma; e i giudici non dovevan essere romani, ma d’altre parti d’Italia, e meglio della Grecia; ed eran pittori e scultori tra i più celebrati. Que’ giovani dovevano aver tutti militato in due campagne almeno; e se avevano guadagnato la corona civica o la murale o qualche altra onoranza di guerra, poteva bastare anche una campagna sola. Era dunque per tali cagioni desideratissima quella maniera di spettacoli in Roma. Le dame romane poi e le nubili fanciulle aspiranti ad amori e a sponsali, e le vergini vestali istesse, sollecitate da irrequieti ardori del sangue, trovavano acutissimo il diletto nel sedere colà spettatrici. Per tutti poi era pieno del più alto interesse il vedere in quei giovani eletti le speranze più insigni della patria, destinati forse a diventar conquistatori ed eroi.

Nell’ora che appellavasi sol, e correva tra l’inclinazione del meriggio e la suprema tempestas, il popolo entrò per dodici arcate che stavan presso alle tabernæ mercatorum, dove i più comperavan pane e commestibili, e frutta e aranci e cedri a soddisfare l’aspettato desío del cibo e l’inevitabile sete. Gli ordini più distinti dei cittadini, gli uomini di toga e di spada, colle mogli, coi figli, entravano per la porta di quattro alte edicole, che si chiamavano Mœniana, i capi saldi del circo, sormontati da quadrighe di bronzo. I due consoli, il sommo pontefice, i sacerdoti, il capo degli auguri, l’Edile, le Vestali entravano per la porta massima dei grandiosi atrj che costituivano la facciata del circo, e si chiamavano Oppida. Qui sorgeva il palco dei giudici presso alla meta. Quale spettacolo fosse già per sè solo la vista di circa 300 mila persone tutte addensate in un luogo, la fantasia se lo figuri. Suonava d’ogni intorno quell’ampio ricinto della gran voce del popolo, spezzata in molteplici parlari: e pareva il Tevere quando, muggendo, s’affretta alla foce. Al fine squillarono le trombe, al cenno dell’Edile cessò il rumore delle voci, e il vasto silenzio significava che tutte le pupille erano rivolte alle Carceri, donde dovevano uscire nelle bighe i ventiquattro giovani eletti per fare il primo giro così detto d’introduzione. E le ventiquattro bighe uscirono, ed eruppe un applauso che squarciò l’aria, e le bighe in tre file di otto per ciascuna procedettero lentissime, e quasi radendo le balaustre dei podj, perchè gli incliti aurighi fosser veduti più dappresso dagli spettatori.

Nella prima fila bello e poderoso appariva il giovinetto Isaurico Servilio, trionfatore della Cilicia. A lui la Parca appena

Il decimo ed ottavo anno filava.