e già aveva pugnato su tre campi di battaglia; infelicissimo tuttavia per non avere ancora meritato corone. Presso lui procedeva Clodio — Clodio Apollo, — com’era soprannominato in Roma dalle dame e dalle fanciulle, e perchè aveva fulva la morbidissima chioma che gli scorreva sul collo, ad onta del più rigido costume romano, e bianco-rosea aveva la pelle; e nell’arco del sopracciglio e in quello del labbro e del mento fidiaco recava invero le sembianze dell’Apollo greco. Viso di fanciulla era quello e pareva esprimere indole soave e gentili costumi. Ma Nerone invece e Caligola ed Eliogabalo insieme ei sarebbe riuscito, se, nato duecento anni dopo, gli fosse toccato in sorte l’impero romano. Nato negli ultimi tempi della repubblica, si dilettò ad empir Roma di stragi, e a far delle leggi ludibrio, e a gettare insidie perpetue a quelli che invidiava ed odiava. Pur le fanciulle inconsapevoli lo guardavano ammirate; e Pompea, l’adolescente figliuola di Pompeo, arse d’incompreso ardore quand’egli la saettò d’uno sguardo lungo — amoroso.
Nel mezzo della prima fila, non a caso concedendo ai cavalli le briglie in modo che di tutta la testa sopravanzassero gli altri, per cui, facendo della propria biga un cuneo, pareva primo e duce agli altri, procedeva il superbo Scipione, il pronipote dell’Africano; faccia rigorosamente romana, severa come lo stile dorico, straniera al sorriso, non ammorbidita mai da uno sguardo benigno; teneva capelli fitti e brevi, e barba intera, invadente i zigomatici. Non amava nessuno, se si eccettui Catone; non era amato da nessuno. Presso al quinto lustro, avea già combattuto in quattro battaglie con valore incredibile; ma l’intelletto non era pari al suo braccio, nè alla costanza del volere. Aspirava al primato, credendo che il sangue degli avi lo dovesse costituire in eccezionale privilegio. Ma quasi che l’arte volesse sfoggiare la virtù dei contrasti, accanto a lui veniva Tullo Fideno, più noto in Roma pel soprannome di Favonio. Caro alle Grazie, soffuso il volto di una tinta di beatitudine perpetua che gli derivava dalla sanissima epa e dalla bontà del cuore, sollevava sempre, al suo comparire, un giocondo rumore fra i cori delle fanciulle danzanti in mezzo agli allori e gli oliveti del Pincio, e quel rumore pareva fremito di foglie agitate dall’aura primaverile; ed egli era invero balsamico come quell’aura, e come quell’aura veloce e lieve nelle gare delle corse pedestri. Onde un dì l’epigrammatico Cicerone lo appellò Favonio, nome che per l’uso si sovrappose poscia al vetusto della casa Fidena.
Nella seconda fila veniva il figliuolo di Dolabella, che, seguito il padre in Asia, imitatore così del valore come della rapacità paterna, era tornato a Roma ricco di talenti argentei e di gemme preziose e di statue d’oro rapite ai templi delle divinità straniere; e presso Dolabella veniva Cajo Popilio, già nemicissimo di Cesare per la competenza nel tribunato dei soldati. E Cesare era l’ultimo della terza fila, e non a caso s’era locato ultimo; e presso lui stavan Cassio e Casca. Il fato aveva così ravvicinato que’ tre giovani, apprestando alla storia l’inesauribile tema.
Le tuniche di quei ventiquattro giovani, facendo combinazione con delle fasce trasversali e con un nastro serico onde ciascuno chiudeva il volume dei capegli, li facevano distinguere anche da lontano, essendo state infisse alle colonne che dividevano i 24 compartimenti del circo altrettante tavole, che a grandi caratteri mostravano i nomi dei gareggianti.
Così, per modo d’esempio, Scipione vestiva la tunica porporina, colla fascia e nastro bianco; Favonio appariva ceruleo tutto; Giulio Cesare portava la tunica alba, attraversata da una fascia azzurra, e sul nastro che si fermava alla sommità del fronte, luceva una stella contesta con zaffiri dell’Eritreo, e gli luceva in fronte a significar Venere progenitrice e l’alta origine divina.
Compiuto il giro del circo, fra i continui battimani e i sonori salvete del virile pubblico, le ventiquattro bighe rientrarono nelle Carceri; e dopo qualche tempo, allo squillo delle trombe circensi, i ventiquattro uscirono tutti, chiamati ad uno ad uno, secondo portava la scelta della sorte; chè l’ultimo dei ventiquattro, ossia colui che era il più lontano dall’Euripo, si trovava nella condizione peggiore. Primo venne chiamato Scipione; Giulio Cesare fu il quarto; Favonio riuscì terz’ultimo. La prima gara era quella della corsa a piedi, come quella in cui dovevano i gareggianti adoperare tutte le forze proprie. E in quel giorno il desiderio e l’attenzione e l’aspettazione e l’interesse erano più vivi che mai, per la ragione che sapevasi che, di tutti, senza confronto, i più veloci corridori erano Favonio e Cesare; e che tra loro non erasi mai potuto, in molte altre gare d’esperimento, sentenziare con certezza quale dei due fosse il più veloce. Bene la maggior parte parea propendere per Favonio, ma Cesare l’avea pur vinto molte volte, e allorchè Favonio lo potè sorpassare, tosto correva per Roma la voce che Cesare, il ricercato amante, avea lasciate le forze sul non suo talamo; e si pronunciavano i nomi delle afrodisiache spossatrici.
I soldati, i forti, gli uomini, anche le dame, stavano tutte per Cesare; ma le fanciulle ingenue, che, pur guardandolo con deferenza, eran sovente sgominate dal lampo del suo sguardo, il quale spesso rivelava l’interna battaglia del pensiero che, dimentico e di voluttà e d’amori e tediato dello spettacolo della beltà, inseguiva coll’ansia dell’ambizione il potere ed il dominio; le fanciulle dunque stavan tutte per Favonio, e tremarono per lui, quando al suono della tromba i ventiquattro si slanciarono al corso. A Cesare era toccato il numero due presso il podio; a Favonio il quattordicesimo. Cesare apparve dunque subito il primo al primissimo slancio. Da ventiquattr’ore non avea fatto un passo; aveva dormito profondo la notte; s’era nudrito sobriamente tra il mattino e il pomeriggio, ed erasi immerso in un bagno tepido, soffregandosi il corpo con manipoli di foglie di menta decotte; chè credevasi allora potessero comunicar robustezza. Tutto il primo giro fu primo e quasi tutto il secondo; ma al finire di questo, Favonio gli fu presso, poi lo sorpassò, e al principiar del terzo gli stette pari e tornò secondo, forse per aver dato il piede in una scheggia di sasso o d’altro, e Cesare gli era innanzi d’una decina di palmi romani. Gli gridò allora Favonio: — Deh, Cesare, lascia a me il premio. — S’io rimango secondo, perdo la fanciulla mia, che mi vuol primo o mi nega. — Io sento la morte nella tua vittoria.
Cesare udì, pensò più che mai il passo, e i dieci palmi diventaron venti o ventiquattro. Se non che, quando fu lontano dalla meta la stesa di due braccia, fermossi a un tratto, e disse a Favonio: — Va avanti e sii il primo.
Tutto il Circo assurse a quella fermata non attesa di Cesare; e il silenzio dominò quelle trecento mila bocche; e discese l’Edile e discesero i giudici dal seggio, e interrogaron Cesare e Favonio.
— E che avvenne, o Giulio?