— Nulla avvenne, ma il premio dev’esser dato a lui, come il più veloce. Guardate che il suo destro piè fa sangue. Qualche sasso avverso lo ferì; però non accetto i profitti dall’altrui disgrazia. Egli meritamente è il primo.

Per tutto il circo correva una domanda sola; ma qualche tempo dopo, dal seggio dei consoli e dell’Edile e dei giudici, volò la risposta per tutto il circo; e l’entusiasmo fu immenso; e — Viva Giulio Cesare! si gridava da tutte le parti. Ma i giudici stettero dubbiosi nel pronunciare la sentenza. Gli uni dicevano non essere nella consuetudine il tener conto delle sventure; però doversi il premio a Cesare; altri dicevano che il primo giunto alla meta era stato Favonio; e parimenti non essere nella consuetudine di tener conto delle cagioni, ma del fatto ultimo e compiuto. Però, fatto arbitro l’Edile, questi decretò doversi dare il primo premio a Favonio, e un premio straordinario o di eccezione a Cesare. I consoli confermarono il giudizio dell’Edile. Quando Favonio ricevette il premio, che fu un caduceo d’oro, Cesare lo baciò in fronte, e alla sua volta ei ricevette dall’Edile un anello prezioso che quegli si trasse dal dito; e così i due premiati rifacendo il giro del circo, avvolti nell’onda assordante dei più frenetici applausi, ritornarono alle Carceri.

Scorso un quarto d’ora, squillarono le trombe e uscirono dodici bighe. Perchè lo spazio interposto tra l’Euripo e il Podio fosse sufficiente al corso delle bighe, se per caso avessero a venir tutte di fronte, i gareggianti si dividevano in due schiere di dodici ciascuna. Fatti tre giri la prima, usciva la seconda, che faceva altrettanti giri. Il primo e il secondo delle due schiere, ossia i quattro prevalenti rimasti soli, correvan poscia gli ultimi tre giri, e quegli solo che primo toccava la meta toccava il premio.

Questa corsa non pareva presentare interesse veruno, e la ragione era chiara. Nelle corse d’esperimento s’era conosciuto che Cesare aveva asserito il vero, allorchè disse di possedere i due poledri più veloci che allora fossero in Roma, e gl’increduli non avevano più trovato inverosimile che, fatti venire appositamente dai presepi dell’Arabia Felice, gli fossero costati dodici talenti (circa ottantaquattro mila lire italiane). Era dunque una gara di ricchezza e di prodigalità più che di valentía, e già se ne poteva indovinare l’esito. Primi nelle due corse di preparazione erano stati Cesare e Scipione; nella seconda Dolabella e Favonio, i quali ricomparvero poi nella corsa decretoria. Quale guidatore di cavalli Cesare era insigne, senza dubbio il primo; onde nella prima corsa aveva lasciato indietro di un giro e mezzo gli altri. Ma anche a Scipione intervenne lo stesso; e i suoi cavalli erano nati in Roma, da una famosa coppia andalusina che Sertorio, durando la guerra ispanica, aveva mandato in dono al padre di lui.

Scipione adunque, Cesare, Dolabella e Favonio usciron dalle Carceri e si fermarono rigorosamente a quella riga nera trasversale che concedeva a colui che trovavasi nel posto men vantaggioso qualche palmo più innanzi degli altri. Suonò la tromba; al terzo squillo si slanciarono al corso. Era profondissimo il silenzio, tanto l’attenzione generale era concentrata. Sì Cesare che Scipione rattenevano i cavalli a quanta forza avevan nelle braccia; di maniera che Dolabella e Favonio furono di qualche palmo innanzi a loro nel primo giro; al secondo Scipione tenne men tese le redini e volò innanzi a Cesare d’un mezzo giro buonamente. Ma Cesare, a questo punto, rallentò le redini, e i suoi cavalli che rilucevano all’ultimo sole pel serico pelo dorato che pareva murrina cangiante, si precipitarono furiosi al corso; e parevano acque di torrente rovinanti improvvise pei levati incastri. Passarono il mezzo giro, un istante furon presso alla biga di Scipione, la sorpassarono a volo, e una ruota sola della biga cesarea toccava terra. Trovossi un giro intero innanzi a tutti, venne alla meta, la sorpassò; e dovette cedere ai cavalli, che, sfrenati a quel modo e indarno trattenuti, ripercorsero un altro giro intero. L’entusiasmo fu al colmo. Tutta Roma là raddensata ululava frenetica. Applaudiva l’Edile, applaudivano i consoli.

Il premio fu un elmo e uno scudo di preziosa materia e di più prezioso lavoro; Cesare fece il consueto giro del vincitore, glorioso della velocità incomparabile de’ suoi cavalli; e rientrò per prepararsi all’ultima gara. Quest’era la più aspettata dal pubblico, la più difficile e la più pericolosa pei contendenti! Essi dovevano correre il pallio su cavalli che non conoscevano, cavalli della razza romana allevati a spese dell’erario; poledri ardenti, già domati a sopportare il cavaliere, ma bisognosi ancora di lungo ammaestramento; e però assai pericolosi e pei vizii che ancor tenevano; e perchè, non sapendo i cavalieri circensi l’indole particolare di ciascuno, e il grado della forza e della velocità, più ancora che alla propria valentía, la quale doveva essere insigne, bisognava che si raccomandassero alla fortuna.

Nelle corse d’esperimento quei cavalli, scelti a sorte, erano già stati adoperati; ma dovendosi ancor sorteggiare nella gara circense, le difficoltà e i pericoli rimanevano gli stessi. I ventiquattro cavalli furon tratti fuori. Ciascuno portava un numero sulla fronte. I contendenti vennero chiamati dall’Edile per ordine d’alfabeto. Un fanciullo estraeva i numeri, e al cavaliere veniva consegnato il cavallo che la sorte aveagli decretato. Adempiuto a questo, i ventiquattro contendenti salirono in groppa. Volate, impennate, scarti, salti, agitamenti di testa, fremiti, sbuffi furono le prime difficoltà a superare.

Ma alfine potè incominciare la corsa.

Il premio, come sempre, era dato al primo che toccava la meta; ma con questa particolarità in tal gara, che tutto era permesso per giungervi; qualunque astuzia, qualunque inganno. Bastava toccarla primo. Nè è a dire quanto il pubblico romano si appassionasse a tale spettacolo.

Spinti i cavalli alla corsa, slanciatone uno, e fu quello toccato a Scipione, successe la gara naturale fra i poledri stessi. Ma allora avvennero accidenti molteplici che lasciavano ognora in ansia gli spettatori. Favonio, appena giunto a mezzo del primo giro, dovette acconciarsi a retrocedere col cavallo che lo riportò di sbalzo nelle Carceri. Il cavallo di Scipione, che fu primo in tutto il primo giro, quando fu percosso dal flagello di Dolabella che veniva presso Scipione, questo fu di colpo sbalzato di groppa, e venne così a far due o tre capivoltate a terra avvolto ne’ globi della polvere olimpica.