Cesare, il primo dei cavalcatori di Roma, come tutti gli storici suoi contemporanei e i posteri narran concordi, e in conseguenza invidiato e temuto nelle gare, stava apprensivo e in guardia e oculatissimo; però approfittando della sventura di Scipione, sospinse il cavallo fino a sorpassar tutti gli altri. Ma venendogli d’accosto Clodio, che gli sferzò improvviso il cavallo, imitando Dolabella, fu portato a impennate nel mezzo del campo, e sarebbe stato rovesciato nell’Euripo, s’ei non fosse sbalzato a terra e lasciato il cavallo in balìa di sè; ma fu vendicato da Lutazio, che fece rotolare nella polvere l’imprecante Clodio. Cesare, fremendo, chiuso in sè, stava attento alla corsa; chè usciti che furono i più viziosi poledri, parea procedesse regolarmente. A lui mordeva di trovarsi fra quei cinque o sei ch’eran caduti a terra. Guardava dunque attentissimo ogni cosa, e pensava se gli potesse venir fatto qualche tentativo straordinario; e a un certo punto, Cassio apparve primo, e di tanto sopravanzò gli altri, che oramai non rimaneva più dubbio sul vincitore.
Cesare il vide venir precipitoso. Stette in sull’ale allora, e quando Cassio fu vicinissimo, ei misurò il tempo, spiccò un salto, e in men che non si dice, fu in groppa, strappò il freno di mano a Cassio che rovesciò nella polvere; e Cesare procedette innanzi fra gli applausi del Circo frenetico d’entusiasmo pel colpo inatteso, e toccò primo la meta.
Ma che nodo inestricabile di eventi si generò da questo fatto! e che odio si preparò Cesare; e come forse gli idi di marzo si collegarono a quella prima offesa toccata al pallido Cassio; e d’altra parte, che nuovi e strani e perigliosi amori femminei si apprestarono a Cesare per quella triplice vittoria!
XI. INCORONAZIONE DI CESARE NEL CIRCO MASSIMO.
Una delle ragioni, anzi la sola veramente forte ragione per la quale Cesare aveva desiderato di ottenere la triplice vittoria (e quando dovette scavalcare pel traditore flagello di Clodio, aveva affrontato alla sua volta, la più ardua difficoltà degli esercizii equestri, saltando in groppa al cavallo già vincitore di Cassio e rovesciando l’amico nella polvere circense), fu la specialità del diritto che a lui concedeva quella triplice vittoria appunto. Il caso che un concorrente riuscisse ad ottenere tutti i premi delle gare erasi, in tanti anni, verificato sì rare volte, che lo si reputava quasi improbabile, e in ogni modo tanto eccezionale da costituire in un diritto eccezionale anche il vincitore. Questi adunque oltre il premio comune della corsa, riceveva dall’Edile una corona d’alloro; ma la specialità del diritto consisteva in questo, ch’egli, fra le fanciulle patrizie che sedevano al Pulvinare, poteva scegliere quella che doveva incoronarlo. Saliva perciò in aureo cocchio e, accompagnato a piedi da tutti i competitori, sedendogli accanto il sacerdote di Vulcano che gli portava la corona, faceva il giro di tutto il circo, poi, fermatosi innanzi al Pulvinare, nominava ad alta voce quella che doveva porgli la corona sul capo. E Cesare salì in cocchio e compì il giro, e quando stette innanzi al Pulvinare nominò Servilia.
Era quello un onore grandemente ambito dalle fanciulle romane. E in quel dì molte vi aspirarono tremando ansiose quando Cesare fu per pronunciare l’inclito nome. E grande fu la meraviglia in tutti quando sentirono prescelta Servilia; e dolorosa e dispettosa la sorpresa in lei, che detestava Cesare, pensando che per esso, quantunque si fosse scolpato nell’orazione funebre per Cetego, questo non aveva potuto sopportare il ferro di Catilina. Alzò gli occhi al cielo; ma dovette assurgere, quando le vergini vestali, dal loro posto distinto, come voleva la cerimonia, le si fecero accanto per accompagnarla sull’alto ripiano della scalea che dal Pulvinare metteva nel circo. Cesare, sebbene fosse già per la seconda volta marito, marito di Cornelia e da essa idolatrato fino al delirio; e la soave e infelice sposa sentisse già nella salute affranta gli effetti di un amore sconfinato e non corrisposto; pure ei non seppe o non volle dal dolore e dal rimorso che talora lo investiva, accettare i consigli che lo dissuadevano dal pensare ad altre donne e più che mai alla divina Servilia. Ma di colei si accese fin d’allora che seppe come ella ardeva per Cetego: che gli parea di non aver mai veduto forma di donna più perfetta, più elegante e più attraente di quella: onde avvezzo a superare tutte le difficoltà e ad appagare ogni aspirazione propria, aveva come giurato a sè stesso, di tentar tutto che appena fosse nel possibile, perchè colei gli si piegasse amorosa, dominata e vinta e irresistibilmente conquisa. Cesare conosceva sè stesso, e in altre consimili vittorie erasi accorto di possedere il fascino del crotalo che sulla propria lingua trisulca sforza filomela a sollecitare il volo, pur nell’istante ch’essa geme l’ultimo singulto.
E Cesare ascese la scalea, e fermossi sul penultimo grado, e il sacerdote consegnò la corona a Servilia, che la prese tremando:
— Perchè tremi, o fanciulla? esclamò allora Cesare con voce sonora. Io ho voluto che tutta Roma ti venerasse qual Dea largitrice di assoluzione ai pentiti mortali. Chè io subisco il pentimento d’involontaria colpa. Ma Cetego desideravo felice, lo giuro ai Numi; e però sollecitavo il fratel tuo a farti sua consorte; e Cetego io supplicai perchè deponesse le ire e non volesse provocare irreparabili sventure. S’io lo percossi non fu che per fuggir morte. Perdona adunque e adempi al rito e fa glorioso il mio capo non dell’alloro che tengo dalla fortuna, ma del tocco soave delle tue mani che me lo impongono.
Le alte parole, lo sguardo di Cesare radiante per l’intimo gaudio, il sovrumano aspetto di lui, il grido concorde scoppiato allora da tutto il Circo: Perdona, o Servilia — commossero la fanciulla, che, inchinandosi, depose la corona sul capo di Cesare, il quale, quasi sfiorando in quel punto il volto di Servilia, sommessamente le susurrò:
— Io ti amo, o Servilia, e da tempo, e di un amore che non può essere compreso che da intelletto divino. E fu Venere mia gran madre ad apparirmi in sogno per rivelarmi i decreti del fato, il quale noi vuol congiunti in vita e in morte.