Ma provoca una strana meraviglia il fatto che quel giovane di natura sì generosa, sì forte, sì intera, procedesse da un padre che persino la Roma inquinata di allora dispregiava ed abborriva, quantunque fosse uomo senatorio e consolare e fosse ricchissimo e avesse militato con Silla, con Sertorio e con Lucullo non senza riputazione di valoroso. Il Cenci di Roma moderna può dar qualche imagine della natura di quel Cenci antico, odiatore di figli, tentatore di figliuole.

Marco Sceva, disceso dal Palatino, d’una in altra via, s’incamminò alla sacra, e da quella piegando al foro e radendo le taberne, accelerò il passo al fornice fabiano, e così, venuto alla Suburra, si fermò innanzi alla casa-tempio, come l’appellavano i Romani, del divo Cesare. Nominossi all’ostiario, il quale rivolto ad altri servi, lor disse riferissero a Cesare che Marco Sceva desiderava parlargli. Fu introdotto. Cesare sedeva nella Biblioteca, elegante, azzimato, profumato, quasi stesse in mezzo ad un circolo di giovani dame. Si alzò all’apparire di Sceva in sulla soglia, gli mosse incontro con abbandono cortesissimo, lo salutò, gli prese la mano, e:

— La tua mano è piombo, o Marco; tu puoi tentare a certame l’immortale amante di Dejanira. Ma quali cure ti mandarono a me?

— Orribili cure.

Come sappiamo erano quelli i giorni, in cui, come in onda bollente, si sommoveano e riscaldavansi i progetti, le trame, i disegni di Catilina e degli altri congiurati. I giorni in cui nella casa di Precia, famosissima cortigiana di Roma, quella all’influenza della quale ricorse lo stesso Lucullo per ottenere il governo della Cilicia, adunavansi i giovani del più alto patriziato romano, eccitati ognora dal febbrile Catilina. I giorni in cui le altre cortigiane, la Chiledone mantenuta da Verre, e la Flora pagata da Pompeo, e la Lesbia e la Lice e la Cloe indorate dall’indebitato Antonio, console con Cicerone, andavano rinfiammando gli assidui loro visitatori all’impresa di rovesciar la Repubblica; e Sempronia faceva altrettanto; e la nobilissima e perversa Fulvia teneva da Quinto Curio, cieco d’amore, tutti i segreti della congiura; e accoglieva Lentulo, amatore sostituto e non riamato, e lo sollecitava e lo faceva ardere d’ira, e gli sosteneva il coraggio, sebbene avversa a quelle mene, in segreto, e traditrice, poi in palese.

Cesare, sapendo tutto questo, credette, al primo, che Marco Sceva fosse venuto a lui per interrogarlo intorno a quell’impresa — ma Sceva:

— Orribili cure, proseguì, accelerarono i miei passi alla tua dimora.

— Ma quali cure?

— I tormenti di Dite son refrigerio in paragone di quelli a cui soggiacio nella mia casa maledetta dagli Dei immortali.

— Narra. Affannato di troppo mi sembri tu. Io, tranquillo, forse ti potrò giovare di consiglio. Qualche cosa già so.