Giustiniano, sebbene al suo tempo la patria potestà fosse ridotta a misura più mite, diceva con dolore: — Non vi sono uomini al mondo, che abbiano tanta potestà sui figli come noi. — Liberis jus vitæ, così è fermato nelle dodici tavole, necis venundandique potestas patri esto; e soltanto in un momento di luce, che per quei cupi legislatori potè parere serena, fu statuito che: Si pater filium ter venundavit, filius a patre liber esto. Eppure Cicerone, il primo dell’antichità che offra i caratteri dell’uomo e del pensatore moderno, il solo che in Roma non renda il fenomeno dell’irremovibilità latina, il solo che dal tormento del dubbio scientifico sia tratto a interrogare la ragione pura, lodava le dodici tavole; e chiamava incondito e ridicolo ogni diritto civile fuorchè il romano. Ma Cicerone era patrizio; e l’ordine privilegiato al quale apparteneva facea velo al giudizio anche di quel sommo.

Nè si creda che l’atroce legge rimanesse lettera non esercitata; Bruto, Cassio, Fulvio, Fabio Eburno, Scauro furono tutti sacrati a morte dai padri furiali. Lo storico Paolo, vissuto a Roma, testimoniò che la risorsa ordinaria dei padri versanti in angustie pecuniarie era di vendere i figli. Dopo tali enormezze legali, può sembrar mite il diritto che avevano i padri sui beni dei figli, derivassero loro o per eredità della madre e dei parenti, o per guadagni da essi fatti in particolare, o per le ricche prede che portavano dalle terre dove avevano militato.

Al tempo di Cesare una serie numerosissima di leggi le quali, promulgate in trecento e più anni, portavano il nome di chi le aveva proposte e fatte accettare in Senato, in molta parte modificarono e attenuarono quelle delle dodici tavole; e per quanto riguardava la patria potestà, lasciando sopravvivere la tirannia aristocratica del padre nei diritti di fustigare, di uccidere, di vendere i figli, fu statuito ch’ei non potesse avere più alcun diritto su quello che essi avevano acquistato in guerra.

A provocare, come già udimmo da Cesare, l’ardore guerresco dei giovani, avvisatamente i giuristi avevano resa loro incresciosa la vita domestica; chè il militare in terre lontano dove il valore procurava gloria e ricchezze li sollecitava al campo.

Gli acquisti fatti dai figli in guerra furon denominati Peculio castrense. Pur se la legge vigeva, non sempre veniva osservata; chè tutti gli altri diritti lasciati ai padri, troppo spesso rendevano irrito quel solo stato concesso ai figli.

Bastava una minaccia del padre avaro e tiranno, perchè i figli si lasciassero rapire tutto quello di che la legge li costituiva in assoluta proprietà. Non tutti i padri erano efferati, molti erano giusti, alcuni miti e clementi. Ma se un’indole perversa governava la volontà paterna, il figlio poteva bensì ricorrere al pretore e farsi patrocinare dal più eloquente oratore; ma la sentenza favorevole al figlio veniva poi ad infrangersi contro all’inesorabile petto del padre, il quale colla morte poteva togliere al figlio la proprietà che il pretore gli aveva dato colla legge.

Ed ora in un fatto romano famigliare vedremo la riprova di queste asserzioni storiche.

XIV. MARCO SCEVA.

Dalla casa degli Sceva che sorgeva sul colle Palatino, alle none di luglio dell’anno 690 ab urbe condita, usciva un giovane di strenue forme. Sebbene clamidato mostrava nudissime le braccia fino al sommo. Il volto, la trasparenza della pelle, l’occhio lucente che mandava un raggio ingenuo, ad onta ch’ei paresse turbatissimo, rivelavano che quel giovane appena poteva aver varcato di due o tre anni il quarto lustro. L’interno soliloquio di un animo affannato appariva nei movimenti concitati di tutte le membra, e più nelle braccia, nelle quali guizzavano i muscoli come se, provocato a vendetta, ei percuotesse fieramente qualcuno.

Quel giovane era Marco Sceva figlio di Publio; quello Sceva che cento anni dopo, già fu detto, gli endecasillabi di Lucano dovevano consacrare all’immortalità. Certamente men grande di Cesare, meno di Pompeo, men fortunato dell’uno e dell’altro, fu tuttavia ancor più valoroso di quei due valorosissimi, e come quelli non sono stati, intemerato e santo e intatto dalla gloria tentatrice. Il poeta dei tempi di Nerone, entusiasta d’ammirazione, lo tramandò ai posteri perchè questi, nella immane corruttela romana, vedessero un eroe completo senza innesto di colpa.