Erano quelli i colli torti di Roma antica.
Catilina, come fu detto, non aveva che dieci mila uomini, dei quali alquanti veterani, moltissimi schiavi, fatti tali in guerra, e sui quali Catilina, sebbene li avesse accolti con avversione, contava moltissimo perchè erano avvezzi alle battaglie, e la speranza di ricuperare la libertà doveva renderli formidabili.
È facile immaginarsi il cozzo orrendo dell’urto primo. — I veterani del console Antonio vi portavano la sicura fierezza che loro veniva dalla vecchia abitudine. — Quasi tutti i giovani sui quali al primo incontro toccarono i loro colpi caddero feriti o morti. — In quel primo scontro caddero la Chiledone e la Flora. — Caddero presso i loro amanti, che furibondi diventarono tremendi. — Erano essi armati di agricoli forconi. — Strano a dirsi! quest’arme diventò apportatrice di morte. — Il veterano si trovava incontro a un’arme nuova; la breve sua spada mal sapeva tener lontana la lunga asta, e alcuni di essi caddero colle facce trapassate o deformate. — Marco Sceva vedendo che quell’arme, pure maneggiata da giovinetti, era con sua meraviglia divenuta micidialissima, ringuainò la spada, prese uno di que’ forconi e si gittò nel fitto di un corpo di veterani, atterrandone molti colla destrezza del fortissimo suo braccio, e sgominandoli tutti coll’abile maneggio di quell’arme improvvisata. — In quanto a Catilina, esso era dappertutto, vedeva tutto, soccorreva tutti e faceva strage colla forza del suo braccio non inferiore che a quello di Sceva. Ci fu un momento in cui parve l’esercito consolare piegasse sotto al disperato assalto di Catilina e di Sceva, e al coraggio meraviglioso di tanti giovinetti, i quali, vedendo cadere tanti veterani del campo nemico, operavan prodigi. Ma il console Antonio, che per la podagra stava lungi dal campo, mandò a rimproverare Petrejo luogotenente, onde questi, infierito per l’amaro rimprovero, ricorse alla riserva che, a torto o a ragione, voleva tenere ancora in serbo. — Essa era fatta dalla Coorte Pretoriana; non avendo ordine di moversi, fremevano e taluni si mordevano le labbra per la vergogna a cui vedevano esposto l’esercito consolare. — Petrejo disse lor dunque: — Or fate strage e finite la giornata. A tal comando la Coorte Pretoriana, come torrente a cui nulla resiste, si precipita, invade, assale, solca, infila. Cade Manlio, cade il Fiesolano, cade Sempronia, la quale aveva fatto prodigi di valore accanto a Catilina — che vedendola cadere rimase come sconcertato. E mandando un grido, vedendosi vinto e in mezzo a un campo di morti: — Tentiamo or dunque l’ultima strage, disse a Sceva e ai pochi dai quali era attorniato — e così fece, ma cadde quasi sull’istante. E Sceva venne ferito; ma parve leone, e lo smisurato e furibondo suo valore sgominò di tal guisa gli avversarii, che molti ne uccise; cosicchè nel disordine estremo della battaglia rimase quasi in solitudine; cadde della ferita e della stanchezza.
Chi si recò dopo la battaglia a visitare il campo, vide Catilina ancora spirante fierezza in mezzo ad un cumulo di pretoriani estinti; e nella parte catilinaria furon visti insieme con tanti giovanetti, che dalla speciale forma esterna accorgevasi appartenere a famiglie distinte, cumuli di schiavi, che tali si riconoscevano per l’abito speciale, non avendo Catilina potuto vestirli. — Ma la massima sorpresa onde vennero colti i visitanti, fu quando s’imbatterono nei cadaveri di donne. — La prima di cui s’accorsero fu la Chiledone. Al primo pensavano non fosse che un giovinetto; ma le mani e le gambe, sebben queste fossero fasciate, rivelavano il diverso sesso. Di più meravigliarono quando videro altre donne. — La Sempronia vestiva una tunica di prezioso argento. — I curiosi ammiravano quel viso ancor bello nel pallore della morte. Qualcuno persino osò alzarlo, per guardarlo meglio — qualcuno varcò altro segno. — Ma intanto che i semplici curiosi si stupivano di tanta bellezza, i ladri da campo, antichissimi come le guerre, i quali esploravan tutto attentamente per tornare poi sul luogo quando gli altri fossero partiti, osservavano l’argentea lorica con occhio tristissimo d’avida impazienza — perciò alla notte, l’eminente Sempronia venne spogliata.
Dei pochissimi giovani che erano stati risparmiati dalla morte, nessuno tornò a Roma. — I due soli i quali ebbero una sì demente fidanza vennero scannati dai loro padri.
Così finì questa famosa congiura, la quale se fosse riuscita, Catilina sarebbe stato collocato fra gli eroi. — Ma l’eroe dovea esser Cesare, che fiutando gli eventi e sentendo odore di cadavere, astutissimamente si ritrasse, e lasciò che Catilina tentasse la sorte. E Catilina con sincerissimo, sebbene troppo fidente, coraggio, arrischiò l’impresa e cadde e passò ai posteri come uno scellerato, e nulla più.
X. CESARE E LA FIGLIA DI POMPEO MAGNO.
A questo punto ci rifacciamo con Giulio Cesare.
Un dì, recandosi egli a visitar Pompeo reduce dalla guerra mitridatica, vide seduta accanto al Magno eroe la sua figliuola maggiore, al cospetto della quale, forse perchè soffiava dal Porto d’Ostia il vento d’Africa, di repente sentì infiammarsi il sangue.