La notte di quel dì stesso, Catilina avea chiamato presso di sè Lentulo, Verguntejo, Quinto Curio, Manilio ed altri. Li condusse nei più intimi recessi del suo vecchio palagio.

— Ho mandato a chiamar Cesare, loro disse. Verrà tra poco. Come già considerammo, le sue parole avevano altro intento che di mitezza. Egli si avvolse ad arte; ma qui tra noi pochi e forti e di acuto intendimento si manifesterà.

«Il proporre le due leggi onde parlò, che significava? una rivoluzione vasta, profonda, lunga. Voi sapete come talvolta esso ama circondarsi di mistero come la Pizia. Rivoltare tutti i figli contro i padri, tutti i debitori contro i creditori, è spingere il naviglio in un mare di sangue più vasto, più procelloso di quel di Silla. E sì tremenda impresa m’invoglia.

«Cesare facendo le lodi di Cicerone, lo disse il più funesto a Roma; col raccomandare di rispettarlo, volle dunque accennare che, a toglierlo di mezzo, sarebbe atto pietoso a Roma. Sterminato come scaltro è l’ingegno di Cesare; qui lo aspetto con impazienza.»

Ma la notte procedette altissima e Cesare fu aspettato indarno. Nè mai più si accostò a quelle adunanze, nè il volle. Ei sollecitava gli intrepidi ad un’impresa tanto vasta quanto pericolosa e incertissima, per serbarsi poi intatto a raccogliere il frutto della audacia fortunata, o a non dividere la sventura che insegue e spegne gl’inconsulti. Cesare era d’ingegno presago e odorava l’avvenire.

Ma un’altra ragione ci fu perchè Cesare non si recò alla casa di Catilina.

IV. CESARE E SERVILIA.

Già udimmo il sedicenne Cetego, nell’aurora sanguigna che illuminò la sua morte, respingere il lagrimoso vale dell’idolatrata Servilia, presago del suo non duraturo affetto; e nelle parole ultime ond’ei prese commiato dall’odiato Cesare, suonare il presentimento e della repubblica che per lui sarebbe perita e dell’amante che gli avrebbe involata; ci accorgemmo come Cesare, pur nel più cupo dell’orrida scena, adocchiando vagamente Servilia, già fiutasse i profumi di non lontane voluttà, intanto che nel sangue del sacro giovinetto prevedeva quello che sarebbe grondato dalle ferite ch’ei meditava infliggere al gran corpo romano. E lui vedemmo infatti dopo i trionfi del circo, penetrare col balsamo avvelenato d’insolite parole, il cuore e il senso dell’incauta fanciulla, e coll’alloro agonale che Servilia aveva imposto sull’astro simbolico che gli brillava in fronte, infiammare la stolta plebe romana e sgomentar gli astuti, i forti ed i veggenti.

Ma codesti fatti lo salvaron forse da morte. Pareva che la fortuna più s’innamorasse di lui quanto più esso era in colpa. — E Cesare s’irrise dell’inflessibile fratello di Servilia, e lei piegò e vinse, pur nelle istesse case dei Catoni sino allora incontaminate. — Ma l’ardentissimo amore ch’egli mise in lei, fece sì ch’essa con suo pericolo accorse di nascosto ad avvisarlo che Catone sospettava di tutto, e però stesse in disparte dalle congreghe catilinarie.

Se non che questa Servilia istessa, non si può congetturare per qual cagione, se non forse per le transitorie movenze del cuore umano, di repente, ad onta di sì profondo amore per Cesare, dalle case dei Catoni, fiore indarno cresciuto in quella rigida flora, passò a concedere le seconde fragranze nelle case dei Bruti, sposa quale divenne dell’ultimo discendente di Giunio. Ma tosto ella riarse di Cesare, e lui cercava ovunque, nella sua casa alla Suburra, nell’antico palagio, nel fôro, nel pretorio, nei comizj; e ancelle e famuli eran messaggeri assidui e portatori di lettere. — E intanto nacque Marco Bruto, l’ultima parola della repubblica romana. Cesare vide quel neonato, e, in guardarlo, sorrise a Servilia, che sorrise a lui.