Ma le speranze, o miseri,
Non liberate ancora;
Fu indarno.—Iddio ne' mistici
Silenzi di quest'ora,
I detti indeprecabili,
Guatando a voi, mandò:

Ite—la prova è orribile
Cui vi porranno i Fati,
Ma io guardo a lor, ma numero
I giorni guerreggiati—
Ma più di tutti piangere
Perchè dovete, io so…

[1] Con queste strofe, alludendo al fatto storico che la battaglia di Marignano fu combattuta dai Francesi pel loro re e per sè medesimi, e dagli Svizzeri ed altri mercenari pel duca Sforza e pei Milanesi, l'autore vorrebbe dire, che se in luogo d'aiutarsi col braccio altrui, i Milanesi medesimi avesser combattuto per sè e pel loro duca, dato anche il caso che avesser toccata una sanguinosa sconfitta avrebber trovate buone speranze nella superstite loro dignità e nel loro valore.

PERIODO SECONDO

CAPITOLO XV.

Siamo nel 1517, quasi due anni sono trascorsi, la congerie degli elementi si è accresciuta; ed ora da Milano, sulle traccie di taluni de' nostri personaggi, ci conviene passare a Roma.

A dieci miglia da questa città, chi non si dilunga dalla Via Appia, vede sorgere sull'alto bordo d'un cratere il Castel Gandolfo, così chiamato dalla famiglia Gandolfi, che forse lo edificò nel secolo XI. Passato da quella casa illustre, sul principio del secolo XIII, ai Savelli, e da questi, nel XIV secolo, ai Capizucchi, fu nel 1436 da Eugenio IV fatto saccheggiare e distruggere, e ritornò poscia in proprietà de' Savelli, che lo tennero fino al 1596, nel quale anno passò alla Camera.

In un bel giorno d'aprile dei 1517, era un affaccendarsi insolito in quel castello. Camerlinghi, famigli, servi eran sollecitali da un burbero maggiordomo dell'illustre casa Savelli, perchè colla maggior magnificenza possibile alcuni addobbassero certe ampie sale, situate nel piano più alto del castello che guardavano il lago d'Albano e tutta la campagna di Roma; altri allestissero una mensa per duecento persone nella più vasta sala, situata a terreno; altri ornassero di festoni, di frondi, di fiori gli atrj, i cortili, i veroni, le finestre. L'illustre casa Savelli aveva solennemente invitato papa Leone ad una caccia ne' dintorni di Albano, e il papa, dilettandosi assai di que' campestri diporti, aveva tenuto l'invito, e con tutta la sua corte, i suoi poeti, i suoi dotti, i suoi musici, i suoi buffoni vi s'era trasferito quel dì stesso.

Era all'alba di un tal giorno che s'udiva incessantemente il lontano squillo del corno, e per le ore ventidue attendevasi che tutti si riducessero in castello, però mancando pochissimo a scattar quell'ora all'orologio del torrazzo, il maggiordomo si affannava perchè ogni cosa fosse compiutamente in ordine pel momento stabilito. Un servo che stava affacciato ad uno de' finestroni del castello diede finalmente l'avviso, che la numerosa cavalcata ritornava. E tosto un correre per le sale, per gli atrj, un discendere e salire, uno sbattere di usciali, di vetriere, un insolito sommovimento.

Quando Leone colla sua Corte saliva per lo scalone principale del castello, per un'altra scala entravano, sotto un atrio del primo piano, due uomini che noi conosciamo, accompagnati da un servo. Erano il Morone e l'Elia Corvino. Pervenuti innanzi ad un magnifico vestibolo, dove il servo si fermò indicando che quello era il luogo che volevano: