Ora è molto probabile che anche il lettore, attraversata velocemente con noi la curva di questi due anni, desideri saper quel che sia avvenuto in codesto tempo, e da quali cagioni sieno scaturiti gli effetti di cui ha già intraveduto qualche cosa in barlume. È un fatto intanto, pur troppo incontrastabile, che la Ginevra Bentivoglio se ne sta a Perugia consorte di quel Baglione, sulla cui testa abbiamo potuto accorgerci che stia per crollare qualche ciglione di montagna. È un altro fatto che il Morone, entrato in sospetto di Francesco I e de' suoi Francesi, invece di accettare la carica di governatore statagli esibita, abbia stimato opportuno a sè ed al suo paese di emigrare e recarsi in Romagna; sappiamo…. molte altre cose sappiamo…. ma perciò appunto converrà aggiungere maggior luce al pallido barlume di queste notizie.

E qui correrebbe l'obbligo a noi di raccontare alla spiccia quanto è avvenuto, se alcune lettere del Palavicino medesimo, scritte sparsamente in que' due anni allo Sforza e al conte Galeazzo Mandello, non ci liberassero da questo officio.

Noi le riprodurremo qui, persuasi che il lettore, il quale di solito è assai mal prevenuto contro ai raccontatori, darà più fede al Palavicino, che scrive come gli vien dettando la condizione dell'animo suo, delle sue cose, di quelle del suo tempo, che a noi che viviamo tanto lontani da que' fatti.

LETTERA AL CONTE GALEAZZO MANDELLO.

Roma, 7 novembre 1515.

"Tu mi scrivi, che dopo tanto tempo i nostri Milanesi non si sono ancora stancati di vibrare su di me il micidiale veleno della calunnia, su di me che, per verità, mi pare d'avere tutti i diritti alla commiserazione dei miei concittadini. Tu stesso, sebbene mi ti professi sincero amico, e me lo dimostri col fatto, sembra tuttavia non sia in tutto persuaso della rettitudine dell'operar mio in quella sciagurata circostanza della battaglia, della fuga, della doppia fuga.

"Tu mi scrivi che gli accusatori si dividono in due schiere; la prima, di chi m'incolpa d'aver rapita a viva forza la sventurata figlia del Bentivoglio, e perciò non cessa di vituperarmi per aver tentato di gettar troppo disonore su quella virtuosissima creatura, nella quale accusa trovo il conforto almeno che tutti sappiano e gridino altamente la virtù intemerata di lei; la seconda, di coloro a' quali sembra assai giusto ch'io abbia tentato di rapire la Ginevra, per liberarla così dalle mani di quel tristo Giampaolo, ma che non si stancano di gridare contro di me, perchè l'abbia poi molto vilmente restituita, e lasciatomi intimorire dalle minacce; e pare che all'opinione di costoro tu, in qualche modo ti accosti; però trovo necessario raccontarti la cosa, com'io devo pure saperla, e comincierò dal dirti, che tanto l'un'accusa, che l'altra si riduce a non essere che una pretta falsità…. Io non l'ho rapita; io non l'ho restituita vilmente. L'Elia Corvino, che tu devi conoscere, e che prese ad amarmi perchè feci un po' di bene al fratel suo, fu quegli che condusse le cose in modo perch'io quella notte mi trovassi colla Ginevra senza saputa sua, e quasi, starei per dire, senza l'assoluta mia volontà. Tutta la mia colpa si riduce nel non aver consigliato alla Ginevra di ritornare fra le laide braccia del suo tristo marito, quando una combinazione che, a tutta prima, mi parve fosse protetta dai destini, me la mise d'accanto. E di questo non ti dirò altro, giacchè tu pure avresti fatto il medesimo, e trovi ragionevolissimo che un gentiluomo che ha dato la sua fede ad una fanciulla, che pure gli si è promessa, debba difenderla dall'attentato dei tristi, chè tali erano suo padre e suo marito, al quale per forza e inumanamente il primo la volle sagrificata. Quanto alla seconda accusa, trovo che un complesso di combinazioni fatali le hanno dato un certo fondamento; ma siccome a tutti, e a te, dev'essere ignota la parte secreta, e più efficace, e più orribile di quella storia, credo bene di rammentartela qui a brevissime parole.

"L'angoscia che in que' giorni del suo malaugurato matrimonio ebbe ad accasciare la complessione della Ginevra; lo sbattimento continuo dell'animo agitato da mille passioni, e tutte procellose, come puoi ben credere, lo sgomento che l'assalì in quella sera in cui ella ebbe a trovarsi nella medesima lettiga con me, la sua virtù che la teneva in un atrocissimo contrasto tra l'amore e il dovere, lavorarono di tanta forza sul già stanco suo corpo, che pervenuti al mio castello d'Aquanera in Lodigiana, guardatala in volto, ebbi a spaventarmi del quanto ella si fosse trasfigurata. Una violentissima febbre con brividi gelati l'era entrata addosso pochi momenti prima. Messa a letto, e confortata con panni caldi da quelle mie villeggiane, che le si misero attorno con molto amore, non diede alcun segno di miglioramento, che anzi le sconvolse il cervello un così violento delirio, che faceva pietà e ribrezzo a un punto. Io credeva tuttavia che in poche ore un sì repentino malore fosse per dar luogo; ma la mattina, trovatala peggio ridotta che mai, e tanto prostrata che pareva fosse per passare da un momento all'altro, io diedi in tale disperazione e in tali smanie, che avrei anteposte le pene dell'inferno a quell'insopportabile tormento che non mi lasciava aver requie; pure potei pensare che, smaniando così, non si veniva a capo di nulla, e che bisognava pure l'opera del medico in quel pericoloso momento, onde spedii di volo a Milano una lettera ad Elia stesso perchè mi cercasse l'Accurzio, medico, il più riputato della sua professione in Milano, come tutti sanno, e il più scellerato e ipocrita, come io so meglio di tutti, e come tu saprai fra poco. Verso la sera di quel dì stesso, impazientissimo d'indugio, perchè da questo poteva dipender la morte del maggior bene che avessi al mondo, vidi finalmente comparire una cavalcatura; ed era l'Accurzio infatto coll'uomo che aveva mandato a Milano e l'Elia Corvino. Questo, avendo letto nel foglio che gli aveva spedito, come fosse a mal termine la Ginevra, messosi in certa apprensione, per quel pericolo in sè stesso e pei maggiori che ne potevano scaturire, volle egli medesimo dirigere ogni mossa e, tenuto segreta ogni cosa all'Accurzio, quando me lo presentò, trattomi in disparte, mi disse com'io dovessi comportarmi seco lui, e che essendo uomo avarissimo e di poco cuore, badassi a caricarlo bene di fiorini e di scudi.

"L'Accurzio non sospettava di nessuna cosa e mi domandò chi mai fosse in pericolo della vita perchè fosse necessario l'intervento suo. Senza rispondere a quelle prime parole, cominciai a tocargli il guanto con un rotolo di scudi, poi, a poco a poco, gli palesai come fosse la cosa e di chi si trattasse, e come fosse mestieri di tenere il segreto. Dapprima mostrò di maravigliarsi molto, e mi parve a cert'atti, volesse quasi levarsi di tale intrigo; ma com'io durai un pezzo, quasi colle lagrime agli occhi, a scongiurarlo perchè non ci abbandonasse lei e me in quel durissimo punto, risposto che farebbe, mi seguì nella stanza dove giaceva mal condotta la povera Bentivoglio. Davvero, che a quel tristo, io non so in certi momenti negare la mia gratitudine, pensando che fa per le sue cure, s'ella potò ancora ritornare in vita; ben è vero che al prezzo che a lei la fece pagare, ed a me forse più che a lei, poteva bene pensare al modo di farci morire ambidue in una volta, che sarebbe stato per il meglio. Senti questo: venuto il sesto dì, e veduto com'ella si fosse riavuta, tanto che più non le occorresse l'opera sua, l'Accurzio disse, che gli bisognava recarsi a Milano, e che tosto sarebbe tornato il dì dopo. Io gli risposi facesse il suo comodo, e senza più, facendogli giurar mille volte che avrebbe custodito il segreto, e messogli nel pugno un altro rotolo di fiorini d'oro, di cui quel tristo mai non finì di rendermi grazie, allestitagli la cavalcatura, lo feci scortare a Milano.

"Il dì dopo, intorno alle ventidue, quando la Ginevra, riavuta del suo malore, passeggiava negli orti del castello in mezzo alle donne, ed io ero irresoluto fra mille pensieri intorno a quello che mi convenisse fare di poi, m'entra il famiglio in camera e mi dice che il castello è invaso da un cinquanta cavalleggieri del re, e con loro trovarsi un gentiluomo che altamente mi chiedeva. Il pensiero tosto mi corse a quel che era veramente, sudavo freddo; per mala sorte la Ginevra potè udire ogni cosa, e venutami appresso mi scongiurò non tentassi nulla a danno o del padre suo o del marito che si fosse, e risparmiassi me pure, perch'ella era in tutto disposta a ritornare col padre suo, col suo consorte, e che io poteva darle mille morti, non mai obbligarla però a convivere con me. Dette queste parole, disperata, mi si tolse dappresso, ed io seguitandola e trattenendola tuttavia non potei fare ch'ella non s'incontrasse col Bentivoglio. A' piedi suoi ella si gettò appena lo vide, e a mani giunte impetrando quella sventurata il suo perdono, lo pregò volesse condurla con lui che in quel luogo non avrebbe mai voluto rimanere. Il Bentivoglio, vedendo la figlia disposta a quel che egli voleva, non mostrò di fuori nessun'ira e, simulando anzi una certa pietà, come se egli credesse ben altro di quel che era di fatto, disse ch'ella ringraziasse Iddio il quale, avea provveduto a farla liberare dalle mie scellerate mani. Qui non ti saprei dire quel che sia corso tra me e il Bentivoglio, nè la millesima parte delle imprecazioni ch'io diedi alla sua spietata natura, nè le contumelie d'ogni sorta onde feci segno quella sua vituperosa vecchiezza, e certo non gli avrei mai più rilasciata la Ginevra, e mi sarei fatto fare in pezzi da que' suoi cinquanta cavalleggieri, piuttosto che abbandonarla in così vil modo; ma ella, fosse lo spavento dell'autorità paterna, fosse un resto d'amor figliale, fosse ira verso di me, che tante villanie avevo scagliate a suo padre, fosse… chi sa quante cose insieme le travolsero il cervello in quel punto…. il fatto è pure, ed io ne fremo e piango in ridirlo… ch'ella si alzò contro di me, con voce tremante e piagnolosa e iraconda, e protestò ch'ella voleva partirsi col padre, e ch'io mi guardassi dal farle violenza, che guai per me e per tutti. A tali parole mi cadde ogni virtù affatto, a me pareva di sognare, e chi mi avesse giurato che quella era ancora la mia Ginevra, per verità che non l'avrei creduto. Così senza parole, senza addio, senza lagrime, senza nessun segno, istupidito più che altro, io mi tolsi dalla sua presenza e lasciai fare. Quel che avvenne dopo, tutto il mondo lo sa… ed ella intanto è signora di Perugia. Dovevo io ritenerla per forza con me? l'avresti tu fatto? e ti par egli ancora ch'io sia stato un vile per essermi comportato così? S'ella avesse pianto…. s'ella avesse voluto ch'io la salvassi…. puoi bene esser certo che nè suo padre, nè quell'atroce marito suo non l'avrebbe riavuta mai più, e piuttosto l'avrei uccisa… ma così… ella comandò che fosse diversamente, ed io dovetti obbedirla; del resto poi non so…. eppure ella mi amava!!!….