"In quanto all'Accurzio, l'Elia Corvino scoprì poi quel che aveva fatto quel tristo, sperando non so quali emolumenti dalla Francia, e sapendo come il Bentivoglio fosse amicissimo del governatore e de' più distinti baroni, a gratificarselo, gli manifestò i segreti sul quale tanto solennemente aveva giurato il silenzio e gli diede i mezzi a venire sulle traccie della Ginevra… Non so se i miei destini lo faranno comparire quell'infame un'altra volta innanzi a me… Ma se mai ci venisse… puoi esser certo più che di qualunque altra cosa del mondo, che non lo potrà un'altra volta…. Del resto… chi sa! potrebbe ancora avermi fatto male in fin di bene, e, pinzocchero qual'era, è probabile che abbia consultato il senno di qualche nostro arciprete prima di rovinar me e lei in quell'atrocissimo modo… pure, guardando le cose da un diverso punto… parrebbe aver egli operato da assennato e da santo, e noi esser stati travolti dalla vertigine della colpa….

"Adesso dunque che tu sai le cose com'elle sono, e punto per punto, fa in modo, io ti prego di porre un argine a tutto questo flusso di calunnie e dicerie che vengono ad accumularsi sul mio capo, e procura sovratutto che continui a durare intemerata la fama della virtù della Ginevra; addio".

ALLO STESSO.

Roma 18 marzo 1510.

"S'io ti avessi a dire con parole la centesima parte della gratitudine ch'io ho a professare a te e a quel povero Elia, che sostentando con sì difficile e pericolosa fatica la sua vita, trova pure il tempo da provvedere all'altrui vantaggio, davvero che non ci riuscirei, per quanto io mi sforzassi. Fino dal dicembre dell'anno ora trascorso, ho passate più settimane temendo ogni dì sentir pubblicata la confisca di tutti i mei beni, e mi son martellato il cervello per vedere se ci fosse modo di riparare a tanta rovina… pure, accorgendomi che non era mezzo di scansar quella procella, se avesse voluto piombarmi addosso, non ci pensai altro, e mi parve alla fine che il temporale fosse al tutto passato. Però l'ultima tua mi recò grandissimo stupore insieme a molto sdegno e a grandissima consolazione ancora, la quale, per dirti il vero, mi ha vinto al punto, che piansi di riconoscenza per te e per quel povero Elia. Io non so comprendere come a colui, per quanto sia destro ed acuto il suo ingegno, sia riuscito di far risultare al fisco come della maggior parte de' miei beni io abbia fatta la cessione a te per vendita regolare. Vorrei che in un'altra tua mi spiegasse com'egli abbia potuto far questo, che ancora non mi par vero. In quanto ai pozzi di sale ch'io possedevo, ed ai boschi, devo dirti che non m'importa gran fatto siano caduti in bocca del fisco, perchè in questi ultimi anni non mi rendevano più che tanto, onde assai poco ci ho perduto. I trentamila fiorini d'oro che m'hai spediti non potevano giungermi più a tempo, che già le strettezze minacciavano di farmi ancora più miserabile di quello che di solito io sono. Tornando all'Elia, al miglior stato del quale è obbligo mio il provvedere da questo momento in poi, perchè troppo mi dorrebbe se tosto o tardi, dando nella rete, scontasse duramente tutte in una volta, nelle prigioni del Capitano di Giustizia, quelle azioni certamente vituperevoli a cui lo hanno guidato e la sua miserabile condizione e la natura del suo ingegno assai più che del suo cuore, che fuor d'ogni dubbio è nobilissimo, io ti prego a torlo giù da quella qualunque altra trappola che per avventura avesse già caricata, e dargli denari e mezzi perch'egli mi possa raggiungere qui in Roma, dove io spero poter trovargli un impiego molto acconcio alle sue cognizioni ed al suo scaltro ingegno. Mi pare ch'ei potrebbe versare in una sfera molto più nobile di quella che fin'ora il tenne occupato. Assai pochi di questi segretari di cardinali a' quali è affidata la manipolazione della cosa pubblica, la quale quanto sia sterminata e intricata e ardua è troppo facile ad immaginarsi in questi disastrosi tempi, non mi pare, stando a quelli che io son venuto tentando ci sia quell'ingegno che abbisogna. Tutti questi feudatari della Romagna che al santo padre danno un bel pensare da mattina a sera, e che sono tali furfanti da condurre chicchessia a perdizione, avrebbero bisogno di taluno che li traesse nel laccio, giocando di acutezza più che d'altro. Colui che in piccolo teatro e in talune condizioni è furfante, trasportato in altro campo è un grand'uomo. Non è cosa affatto nuova, e tu lo sai meglio di me, perciò mandami l'Elia Corvino, che in ogni modo ne caveremo qualcosa… D'altra parte, se non lavorerà per Roma, lavorerà per Milano, e se adesso non c'è nulla, e ci è forza lo stare imboscati ad attendere l'occasione, egli saprà far qualche cosa di buono…. Il Morone non dà segno di vita e non so quello che sarà per fare…. Si parla qui del posto di governatore, al quale Francesco lo ha eletto…. ne fu parlato anzi da Leone medesimo. È un gran peccato che questo magnifico pontefice abbia troppo amore alla poesia latina ed ai poeti in generale, e alla pittura, e alla musica. Io pure qualche volta deliro per queste arti; ma in tanta farragine di cose più importanti, e in tanto pericolo della patria comune, si pensa troppo a quelle gentilezze della vita.—In questa Roma intanto v'è un flusso e riflusso continuo di popolazione che romoreggia da mattina a sera; tutti i fiumi degli Stati d'Europa mandano qui i loro rigagnoli, tutte le razze del globo spiegano qui le loro fisionomie. Intanto l'oro, con vena sì larga come se venisse dall'Oceano, sgorga dal Vaticano, e tutto il popolo ci sguazza e vi si abbevera. La fragorosa voluttà del momento non lascia pensare a quel che sarà per succedere del patrimonio di San Pietro; e il Medici, che vede pure molto lontano spesse volte, quantunque sia miope, mi par bene che qui sia cieco. Me ne duole perchè forti bisogni mi stringon da tutta parte; me ne duole perchè Leone potrebb'essere davvero un leone. Ma i poeti, i citaredi, i dialettici, i buffoni gli fanno consumare troppa parte del dì. A quest'ora io solo avrò udito più di un centinaio d'improvvisatori. Di poeti, e verseggiatori in tutte le lingue, ve ne sono qui a migliaia; v'è una quantità innumerevole di rettorici, e più di dieci elefanti. Se io ti dicessi l'oro, l'argento, le gemme, le perle che di giorno fan specchio al sole, di notte alle fiamme, t'indurrei a credere sia stato saccheggiato il mar Rosso, sviscerate le miniere: e mentre l'onda dell'oro, come la gran cascata di Tivoli, si versa dal Vaticano, tutti i patrizi di qui fanno a gara a chi più ne rigurgita dalla loro sorgente, di men larga bocca.

Però bisogna confessare che Roma ti sembra veramente la regina del mondo; e, a voler star paghi del momento che passa, è uno spettacolo di cui è facile compiacersi, il veder risorta a pieno l'antica sua grandezza.

Scrivi presto, e fa in modo che l'Elia medesimo mi rechi la tua.

LETTERA A FRANCESCO SFORZA.

Roma, 9 ottobre 1516.

Il conte Maldengo, segretario dell'ambasciatore d'Alemagna, mi portò stamattina la vostra lettera. In quest'anno dunque è il primo di oggi che nell'animo mio amareggiato spesso, attediato sempre, entrò uno schietto conforto. Davvero che quella lettera fu un grave rimprovero per me che in questi due anni non ho mai saputo trovare il modo di prevenire l'E. V. Ma io non sapevo a quanti piedi d'acqua si stesse veramente alla Corte di Massimiliano d'Austria, per quanto il medesimo protegga apertamente la vostra e la causa di noi tutti, e non sapevo con che cifra si avessero a vergar le lettere da spedirsi colà…. e a rompere quest'ingrato silenzio aspettavo appunto un'occasione di schiarirmi di tutto. Che poi quest'occasione mi fosse esibita da voi, che il primo vi degnaste a darmi un attestato del vostro attaccamento, è quanto per verità avrei ben potuto desiderare, non però nè sperare, nè pretendere.