"Ti ringrazio (perdona se ritorno ai modi della dimestichezza antica) ti ringrazio dell'avermi palesata la più interna condizione dell'animo tuo; e d'avermi con sì generose proteste, parlato di te, del tuo paese, de' tuoi concittadini e di me. Mi sento però in obbligo di retificare alcune tue idee intorno al tuo stato presente.
"Mi scrivi che oramai non ti basta più l'animo di continuare in quella vita inerte alla quale sei costretto da un lungo anno, che non puoi sopportare l'idea che l'universale opinione abbia a condannare la ragione del tuo vivere attuale. Che però o in un modo o nell'altro ti sei deliberato di uscire di tanta ignominia, e di tentare la sorte comunque sia per esser destra od avversa. Io ho la tua medesima età e lo stesso calore del tuo sangue, ma sono più vicino ai fatti, e penso che quelle tue proteste se sono generose, sono però indebite. La tua virtù sta ora appunto nel sopportare tutta la noia di una vita inerte, nel far violenza agli impeti dell'animo tuo; nel frenare i fremiti dello sdegno, per quanto ei sia generoso. Il tuo coraggio sta nel porti appunto tutto solo contro alle punte della pubblica opinione; nel maturare dentro al lievito ingrato della passeggera calunnia, le azioni che poi ti alzeranno a perpetua ed inconcussa fama. Tanto è virtù in te il far nulla adesso, e il pensare alla tua conservazione, e al corroborare la tua salute fisica e la tua forza morale, quanta sarebbe in me il tentar tutto se l'occasione il portasse, e il mettere la mia vita a qualunque pericolo che comandasse la necessità. Se io cado, un altro, moltissimi altri, possono occupare il mio posto, e nulla v'ha di perduto ancora; me se avventurassi la tua vita in questo momento, saresti reo di aver messo all'azzardo il bene, del tuo paese e de' tuoi concittadini; se tu muori, tutto è finito; nella tua vita, nella tua esistenza è riposta ogni speranza; a te l'inerzia è dovere, come a me l'azione. Quando i fatti avranno risposto ai desiderj, quando le nostre mani ti avranno ricollocato nella tua città, allora ci scambieremo il carico: a te sarà indispensabile l'operosità continua, a me potrebb'essere perdonata anche l'inerzia. Per ora dunque abbi fede e speranza, e non ti dar cura del resto, e pensa che, nel frenare gl'impeti generosi della bollente tua gioventù, nel rattenere questa tua medesima virtù, c'è una virtù molto più alta e solenne perchè molto più difficile. Frattanto a noi pure ci conviene star qui attendendo; ma ho fede ne' destini che qualcosa ci abbiano a recar presto di nuovo. Il Morone, del quale pare che tu muova alcun dubbio nella tua lettera, e di cui per tutta Italia si bisbigliava, s'è finalmente rivelato quale e quant'è; e fingendo recarsi a Bressy per occuparvi il posto di governatore, a cui Francesco avealo eletto, uscì invece del Milanese e, fra qualche giorno, sarà qui in Roma egli stesso. Dopo un anno e più che il conte Galeazzo Mandello non dava più sentore di vita, gettato come s'era, a corpo perduto nella sua voluttuosa e viziosa indolenza, a un tratto, non richiesto, mi manda sue notizie, e, quel che più fa maravigliare, notizie della sua città, de' suoi concittadini, de' suoi colleghi, de' Francesi e del governatore. In quanto a lui ebbe a lottare due mesi, con pericolo presentissimo di morte, contro ad un malor fisico, che forse il guarì dalla sua torpedine morale. Mi scrive talune cose che, a tutta prima, sembrano involute di pazzia, ma che in sè stesse racchiudono molta verità, e pare siasi, in qualche giorno di molta alacrità mentale, occupato delle cose del suo paese, quasi fosse lui al timone dello Stato. "Al tempo di Lodovico, scrive, il nostro buon popolo sommava a duecentomila, ora siamo centottanta, e così continuando le cose, la nostra città si vuoterà in breve; così si vuotasse del tutto, che penseremmo allora a riempirla. I nostri cari patrizj che per ora non faccio mai degni de' miei saluti, e molto meno delle mie parole, accarezzati da certi cani che usano la volpe, accarezzano di rimando, consumano l'entrate nel correre e ripercorrere la strada da Milano a Parigi, nello sfoggiare alla corte di quel re spadaccino, di cui vorrei bene sperimentare il valore, che certo farei pianger Francia e ridere Italia. Le loro rendite che il nostro villano gli guadagna, si dilettano a scompartirle fra i parisiani. I loro concittadini, che per tanto tempo e così bene li calzarono e li vestirono, ora avrebbero a morir di fame se stesser qui. Ma non ci stanno per lor buona fortuna e per la rovina del loro paese, ed emigrano; e Parigi, continuando ad ingoiar scudi, ingrassa e fa pancia. A tutti questi malanni, ne vien uno di costa, che è il peggiore di tutti, ed è che il Borbone governatore è uomo eccellente, d'ottimo cuore e di gentili maniere; così a' patrizi è dato a rosicchiare qualche osso midolloso, e il loro capogiro continua. Che util cosa sarebbe che la fortuna mandasse tra noi qualche novello Busiride e, se fosse possibile, qualche cosa di peggio! Il cancro è spiegato; senza ferro e senza fuoco non si fa nulla. Non è che per il nostro meglio, che io desidero che un flagello spietato sollevi la nostra cute. I patrizj ritroverebbero allora il loro buon senso che hanno smarrito per via; la sventura è madre di sapienza, ed io la invoco." Questo mi scrive, il conte, insieme a molte altre cose su quest'andare, per cui mi sembra che quest'uomo, il quale non si diletta che di guardare e di non far nulla, sarà per far molto a suo tempo. Intanto il pontefice, che s'era acconciato a far buon viso a Francesco, pare ne sia adesso profondamente pentito. I Bentivoglio s'affannano a muover passioni ed ire, per suscitare qualche vespaio contro il santo padre, e si ha qui per certo che la Francia dà loro buonissime speranze. E se coloro i quali già furono spodestati si fanno lecito di rialzare la cresta, tanto più quelli che si senton forti de' loro possessi e delle loro armi. Se c'è un pensiero che dia molestia a Leone, egli è questo fuor di dubbio; e siccome per talune parole ch'egli medesimo si degnò rivolgermi, in occasione ch'io fui alla Malliana sua villa, mi parve si disponesse a gettarsi in quest'impresa a tutt'uomo e con tutte le forze e tutta l'autorità sua, così spero bene anche per noi… . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il resto di quella lettera, toccando cose inutili al fatto nostro, crediamo bene di ommetterlo; piuttosto riporteremo un frammento che abbiamo trovato fra le carte del Palavicino, il quale parla di una corsa da lui fatta al lago Trasimeno, e del suo incontro colla signora di Perugia, vogliam dire colla Ginevra. Non sapremmo se questo sia un frammento di altra lettera, o sien piuttosto pensieri staccati ch'egli buttasse sulla carta, a sfogo della sua passione, più che per altro. Del resto è cosa piuttosto indifferente; e a qualunque uso abbia poi servito quel brano di scrittura, a noi torna assai comodo il poterlo riportar qui… con qualche cambiamento di sintassi e d'ortografia, s'intende, come abbiam praticato coll'altre lettere…
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"È corso un anno e sei giorni, da che ella fu divisa da me per forza… tengo conto dei giorni, tengo conto delle ore, tanto quel fatto mi sta sull'animo continuamente… e un mese fa la rividi…
Chi lo avrebbe sperato… e insieme… chi avrebbe mai creduto ch'io
mi sarei rimasto peggio contento che mai dopo averla riveduta?…
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pure è tenace ancora la persuasione in me che il destino espressamente mi additasse colei per un fine ben più alto che la sola corrispondenza d'amore non sarebbe… se mai fosse questa un'illusione, mi giova assai, od io farò di perpetuarla.
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"L'irresistibile bisogno di rivederla anche una volta, facendomi por da canto qualunque pensiero di pericolo, mi spinse un dì sino a Perugia e al Trasimeno, e non so in qual altro assai più lontano e più difficil luogo non mi avrebbe sospinto. Seppi ch'ella usciva qualche volta sul lago, e sempre in compagnia del truce e osceno vecchio. In tale orribile condizione io doveva rivederla, pure io mi condannai da me stesso a quell'insopportabile supplizio. Era una mattina, da quel solitario lago era scomparsa ogni barca di pescatore, chè quando usciva il Baglione col suo seguito scompariva ognuno, tanto era il timore che si aveva d'incontrarsi in lui, tanta era la cura di scansarlo. A tal uomo io doveva dunque veder d'accanto la donna dell'anima mia… contuttociò dal luogo ov'io stava nascosto con un'ansia insolita attendevo che spuntasse la vela della barca ov'ella trovavasi… L'ho scorta da lontano… Con un tremito generale del corpo la stetti osservando che s'accostava d'onda in onda alla mia volta… Il cuore mi scoppiava… finalmente mi fu presso; erano sei barche, quella del Baglione veniva la prima… A stento potei guardare di sotto al baldacchino di broccato d'argento che rifrangeva i raggi del sole. Il truce e squallido signore se ne stava sdrajato su de' cuscini, e la Bentivoglio gli stava seduta presso…. Che momento fu quello!… Il sangue mi corse alla testa velandomi gli occhi, e fui a un punto di gettarmi di slancio in quella barca e a viva forza prendendo e stringendo a me quel corpo divino della Ginevra, con lei precipitarmi nel lago e finirla, e affogar seco in un fascio, chè altra via non c'era. L'orrenda tentazione mi venne… la vertigine mi avea preso; ma la corsa della barca che, investita dal vento, fuggiva come saetta dinanzi a me, potè impedirmi, ed ora ne ringrazio Iddio. Non pensavo, in quel punto, che della vita mia non mi era lecito disporre, chè ad altro oggetto io l'avevo consacrato col giuramento dell'anima mia…