D'altra parte noi abbiam dovuto toccare di questo banchetto, e perchè fu in quell'occasione che l'Elia Corvino parlò a chi doveva parlare, e per dare un'idea del modo con cui il nostro Manfredo era uso a passare in quell'anno la sua vita a Roma, Venendo a lui gl'inviti da tutte le parti mal suo grado ora costretto intervenire alle feste, alle mense, ai giuochi, alle villeggiature, alle caccie e a tutti codesti passatempi della vita. E non essendovi altro a fare, bisognava pure si occupasse in qualche modo fintanto che in Lombardia maturassero quegli eventi, senza di cui qualunque azione sarebbe stata intempestiva e dannosa.

D'altra parte, siccome dappertutto intervenivano tutti i più distinti ingegni di quel secolo, da principio non stette ostinato nel suo proposito di viver solo, perchè credeva d'avere a raccogliere qualche diletto e qualche utile nell'assiduo conversare con tante e così distinte intelligenze; l'amore dei buoni studj a que' tempi, e in quella città segnatamente, era fatto tanto generale, che ogni banchetto serviva sempre d'introduzione ad un'accademia letteraria, come si fece anche nella occasione presente, in cui il Bibiena lesse una sua commedia con applausi infiniti de' commensali e dove papa Leone diè saggio del suo straordinario ingegno e del suo finissimo gusto in poesia; e quanto fosse dotto nelle lettere latine e greche, lo provò allorchè Demetrio Calcondila prese a leggere un suo brindisi scritto in greco ed in latino.

Il dì dopo, si partì il Palavicino dal Castel Gandolfo e ritornò a Roma dove altre feste lo attendevano, e dove la noja e la sazietà cominciavano a tormentarlo.

Il Morone raccomandava caldamente a lui e a que' pochissimi venuti da Lombardia a Roma, che pensassero a star tranquilli e aspettassero da lui il segnale dei primi movimenti. Ma il Palavicino, che impazientissimo desiderava la maturanza dei tempi, più d'una volta non ricordandosi del consiglio ch'egli stesso aveva dato a Francesco Sforza, fu tentato di prevenirli, se non fosse stata la calma sapiente e astuta del suo consigliero; e costretto così a sopportare in pace quell'intervallo tanto lungo di tempo, fu da quell'inerzia medesima, da quel tedio opprimente, che per lui germogliarono altre cagioni di altri effetti infiniti.

In mezzo a quella colluvie di pensieri che passarono per la sua mente in un anno, quattro mesi e non so quanti giorni, il pensiero della sua Ginevra si mantenne sempre, dal più al meno, a galla di tutti gli altri, e quasi sempre la gentile e mesta immagine di lei aveva fatta la prima figura, tra quel vortice delle altre mille che a tutte l'ore gli si schieravano innanzi in sì lungo periodo di tempo. In quegli ultimi mesi però, a dir tutto con verità, s'era ella alquanto ritratta nel fondo del suo pensatoio tutta circonfusa di una vaporosa nebbia. I passatempi, lo spettacolo di altre bellezze, il lungo intervallo e il pensiero d'essere stato da lei respinto gli avevano alquanto freddato quel primo impeto di passione. A questo s'aggiungevano le voci che correvano sul conto del Baglione e della giovinetta sua moglie; facevansi da tutti le maraviglie perchè, da qualche tempo, quell'atroce signore avesse alquanto rimesso della sua natura; se ne dava merito all'indole angelica ed alle mille doti della Ginevra, che dicevasi, essersi grado grado avvezzata a sopportare la compagnia del vecchio, e per una certa deferenza insolita in lui, trovarsi anche essa tanto quanto tranquilla. Parrebbe ragionevole che al giovane Manfredo dovesser giungere assai gradite quelle voci, ma in fatto gli riuscirono ingratissime; avrebbe voluto udire invece che un dì più dell'altro si andasse rinfuocando la discordia in quel malaugurato matrimonio. Se avesse saputo che i patimenti della Ginevra fosser giunti al punto che a lei non bastasse la forza di sopportarli, non è a dire quant'egli si sarebbe martoriato pensando a quelle ambascie, ma in que' martiri ci sarebbe pur stata qualche voluttà. Ma le angosce istesse della Ginevra sarebbero state quasi proteste perpetue del suo amore per lui. Ed ora quella calma, quella rassegnazione che significavano invece?… Significavan tanto, che Manfredo tentò ogni sforzo per rintuzzare un tal pensiero, e trovò più sopportabile il gettarsi nel vortice rumoroso delle conversazioni, delle feste, delle assemblee. Rinnovò più che non avesse mai fatto i suoi ritrovi col Morone; rimise in campo con più ardore di prima l'argomento relativo alla condizione del milanese. Udiva, proponeva, rigettava partiti. Ma eran tutte ipotesi al vento, mancando la linea su cui colorire i disegni, e le calde parole finirono anche qui in vacue esclamazioni, e si pose da un canto quel tema.

Intanto, giungendo i giorni del massimo caldo, s'era proposto uscir da Roma per alcun giorno e recarsi al suburbio di Tivoli in compagnia di taluni di que' magnifici signori romani. Da qualche tempo, non era ragione di vita in cui potesse durarla più di due o di tre giorni. Era un assiduo mutare e rimutare d'occupazioni, era una continua fuga da quegli oggetti de' quali era pure andato in cerca, era un'apatìa melensa involuta in un'operosità apparente, uno sbadiglio prolungato che precedeva e susseguiva qualunque movimento dell'animo o del corpo, che di tanto in tanto per disperazione promoveva. Si allontanò così da Roma, ma statone assente alquanti giorni, vi ritornò indispettito delle cascate di Tivoli, e della calma e del sonno di que' luoghi giocondi, ritornò, nuovo Curzio, a gettarsi nella voragine romoreggiante di Roma. Chi negasse l'intervento del destino negli eventi umani, non so cosa potrebbe non negare… tornò dunque… e il destino in fatti aveva preparato qualche cosa per lui. (È il momento di stare attenti).

Coll'alba d'un mattino egli si svegliò di uno stranissimo umore. Non potè per altro lasciarlo passare senza gettare il pensiero alla Ginevra; ma, per la prima volta, in quella giovine donna scoperse un difetto, o sia un eccesso di virtù; la purezza angelica di quella creatura e la santità de' suoi costumi, di che aveva sempre sentita una solenne ammirazione, gli parve cosa men che ragionevole in quel momento.

Dipendeva forse da ciò, che il Palavicino in quel mattino era più sensuale del solito. Era un giorno di giugno, era un giugno di Roma e dalla non lontana Ostia spirava lo scirocco. Il più degli amici di chi scrive v'han d'accordo nell'affermare, che le giornate calde e in cui soffia il vento marino, ed anche le giornate piovose d'estate son quelle in cui, più che in altre occasioni, il diavolo si fa lecito di bussare alla lor porta e di far capolino se per caso le trova aperte. Siccome poi tutti costoro sono esemplarissimi, così non credo abbassar per nulla i registri del mio protagonista, col dire che il vento che spirava di continuo dal Mediterraneo abbia influito notabilmente sul suo sistema nervoso. S'alzò così dell'increscioso letto, si recò discinto all'uno de' finestroni della sua camera, guardò fuori, vide un cielo pressochè tutto coperto da un denso vapore rosato, che vestiva di quella tinta tutta l'ampia prospettiva di Roma, che gli si dipingeva d'innanzi. Crollò la testa, stette ruminando molte cose. Gli risorsero in mente alquante parole del Morone. Si fece serio un istante, e pensò a Milano…. S'accorse però che non era quello il dì opportuno per volgere in mente i santi pensieri della patria, non era abbastanza puro per ciò, e si volse ad altro. Chiamò il suo valletto e si dispose a farsi acconciare. Senza ch'egli ci pensasse, si fermò assai più tempo che non soleva innanzi allo specchio, s'abbigliò con tanta cura e ricercatezza, quanta in altra occasione avrebbe bastato per muoverlo a sdegno….

Di tal modo passò molto e molto tempo, e uscì intorno all'ora che ne' vasti ed ombrosi giardini della villa Medici (dove, a quella stagione, quando non recavasi alla Malliana, soleva spesso ridursi papa Leone), traevano in folla i più facoltosi di Roma; patrizi, patrizie, matrone, spose, fidanzate, fanciulle, tutto ciò che di più voluttuoso potesse offrire allo sguardo quella città gaudente. Egli non sapeva perchè volgesse i suoi passi a quel luogo piuttosto che ad un altro; ma era lo scirocco che vel spingeva. Aveva bisogno di sguazzarsi, quasi augello al sole, in quel mar di bellezze. Già da qualche tempo aveva potuto accorgersi, che a molte di quelle splendide gentildonne la ricca semplicità del suo vestito, o il volto, o l'elegante robustezza della sua persona, non sapeva con precisione quale delle tre cose, avean dato fortemente nell'occhio. Egli per verità, se n'era dimenticato; ma in quel punto si risovvenne d'un bel numero di minuti accidenti, e in fantasia gli brillò di nuovo il lampo di qualche pupilla, che molto gli avea voluto esprimere. Di ciò egli era contentissimo, e quanto più lui, tanto meno il suo angelo custode. Girò così, passeggiando per gli affollati viali, molti sguardi a destra e a sinistra, con quell'intenzione onde il pescatore del littorale gitta le sue reti, e l'indigeno delle coste dell'Eritreo cala il suo scandaglio a tentare le bivalve conchiglie, e gli parve che in quel dì il numero delle bellezze romane fosse aumentato oltre misura. Vi son giorni (è sentenza questa confermata da replicate prove) in cui le donne appaiono più avvenenti assai di quello che siano in realtà, giorni tremendi in cui più d'un novizzo sentì lacerarsi le pinne dall'amo traditore di qualche bella, e fu colto e gettato nella terribil corba… del matrimonio. Son queste le crisi perigliose della gioventù, onde io credo debito mio avvisarne i miei coetanei, e ricordar loro, per tutto quello che potrebbe mai succedere, i controstimoli di S. Francesco….

E a questo punto sarebbe ottima cosa il saltare a piè pari codesto capitolo, nel quale il protagonista è costretto a presentare, al cospetto del pubblico, l'infima faccia del suo umano poliedro, ed a svelarsi in uno di quei momenti in cui tutte le virtù che costituivano dell'indole sua, ciò che troppo difficilmente si trova fra gli uomini, soprapprese da un repentino sopore, lasciarono in balía di aure maligne il loro nobile proprietario.