Ma troppi motivi ci costringono a non sopprimerlo perchè, pur troppo, in questo mondo indicifrabile, avvenimenti della massima importanza emanarono spesso da cause minute, indistinte, intricate l'una coll'altra in modo, che di loro non si sarebbe mai fatta la netta secrezione, se a' romanzieri non fosser stati concessi de' reagenti più efficaci assai di quei che la chimica possiede. E se in virtù di tali reagenti si fossero scoperte le cause prime che diedero la spinta alle azioni di quegli uomini che la storia registrò nel gran catasto degli illustri, chi sa se il mondo continuerebbe ad aver di loro quella stima di che pur tanto è compreso?
Del resto, quantunque noi mettiamo a nudo il Palavicino in un giorno in cui si degnò discendere al livello di tutti gli altri uomini, noi siamo convinti, che il lettore non vorrà menomamente rifiutargli quella stima che già gli ha concessa, perch'ei sa più di me ch'egli è appunto in questi alti e bassi dell'umana marea, e mi pare d'averlo già notato in un altro libro in una circostanza pressochè uguale, (non è detto che un medesimo fenomeno non debba riprodursi più d'una volta in questo basso mondo), ch'egli è appunto in queste intime lotte, in queste momentanee cadute che si apprende a compiangere chi poi avremo ad ammirare a suo luogo e tempo. Che se il vento più o men caldo del solito, se lo stato più o meno ardente dell'atmosfera, se mille altre cagioni fisiche influirono prepotentemente sul sistema nervoso del nostro Manfredo, a voler esser giusti, la colpa propriamente non era sua. D'altra parte egli avea di poco varcati i ventisei anni; età pericolosa quant'altra mai, e in cui il diavolo riappicca di nuovo all'albero del male la sua rete, e attende al varco il giovin uomo che gli è sfuggito una volta quando una combinazione straordinaria lo abbia spinto sulla via dell'amor platonico. Il Palavicino intanto, trascinato da quel torrente di gentiluomini, di cavalieri, di cardinali, di vescovi, di preti, di solide matrone, di aeree fanciulle, di vedove tentatrici, passeggiò gran tempo per quei larghi viali della villa Medici. In que' recessi così fittamente ombreggiati dai licinj, dalle palme, dai mirti, dai cipressi, dai pioppi, i raggi infuocati del sole penetravano a stento, e soltanto qualche azzurro fascio di luce, spargendovi una tinta particolare, giovava non poco ad aggiungere prestigi alle femminili beltà. Dal magnifico palazzo Medici partivano di tanto in tanto or briose or soavi armonie che si diffondevano all'intorno; tutte cose che non valevano per nulla a scemar la bollitura del sangue. Trascorse di tal modo più d'un'ora e più di due, nè il Palavicino avea voluto accompagnarsi con nessuno per non essere interrotto nella direzione di alcuni suoi pensieri. A un tratto la sua attenzione si fermò sulla folla che si era ristretta in un sol punto de' viali, e ogni momento vi s'ingrossava ristagnando. Credette a tutta prima fosse il papa colla sua Corte, i suoi camarlinghi, i suoi poeti e i suoi buffoni. Ma non scorgendo i quattro araldi a cavallo dalle quattro mule bianche, colle loro livree e gualdrappe di velluto color pavonazzo gallonato, s'accorse che non era la Corte altrimenti. Allora vedendo che quella moltitudine non era costituita che di giovani cavalieri, congetturò si fosse fermata ad ammirare, com'è costume di tali circostanze, qualche bellezza nova, qualche bellezza rara. Il Palavicino, che in qualunque altro giorno avrebbe irrisa quella giovanile stoltezza, mise in codesta occasione tutti i cavilli da un canto, e un passo dopo l'altro, lentamente, ma non tanto però, s'accostò a quella densa siepaglia di gentiluomini, aprì il più dolcemente che potè un po' di breccia…. si fe' innanzi, guardò e vide. Essendo stato assente que' pochi giorni, e però non sapendo nulla delle ultime novità intervenute in Roma, allorquando guardò e vide quello che vide, ne rimase oltremodo colpito, e fu quasi per non credere a sè stesso. La bellezza nova e la bellezza rara intorno alla quale, come paperi in aspettazione del grano di miglio, stavano stipati i gloriosi discendenti di Romolo, era nullameno che la duchessa Elena signora di Rimini, che il nostro lettore deve conoscere, se ha buona memoria.
Eran corsi sei interi anni da che il Palavicino non la vedeva, e la signora, se si tolga che invece di ventun'anni ne contava ventisette, pareva ancora quella medesima, quando pure non avesse palesati altri pregi che s'erano aggiunti ai primi.
Egli è certo che furon uomini di assai breve esperienza, coloro che hanno assicurato correre il miglior periodo della vita femminile dai quindici ai vent'anni. Però bisogna che un tale errore dia luogo adesso e per sempre; io non dico già che que' cinque freschissimi rugiadosi anni non abbiano il lor lato soave; ma chi di colpo non sa valutare i mille prestigi che della donna pervenuta a veggente dei trenta, fanno la più ghiotta vivanda che mai sia stata imbandita sul lussurioso banchetto della vita, non dee neppure intertenersi di tali cose. Ogni qualvolta il diavolo (è la terza volta che lo cito) fermò di condurre a perdizione qualcuno che assai gli abbia dato a pensare, sollecitò sempre di confederarsi ad una di cotali donne, e questo vuoi dir molto, quando non dica tutto.
Che i molti giovani gentiluomini affollati intorno alla duchessa Elena, facesser le maraviglie di quella straordinaria bellezza, è cosa troppo facile a credersi, perchè se ne debba parlar qui. Ma il fatto sta che i cinque anni trascorsi, anzichè scemare di un punto, avevano anzi cresciuta perfezione a quelle sue forme peregrine. Era la statua ridotta al punto quando l'artista medesimo, contemplandola, si stropiccia le mani e dice: Sfido a far più di così. Statua di tanta perfezione, nella quale il minimo tratto di più o di meno sarebbe un'alterazione che peggiora! D'altra parte è in quell'età che la donna sa a memoria la varietà innumerabile delle pose che, infallibilmente, promovono i capogiri del sesso forte; sa con qual giusta misura, e in quale occasione si debba volgere più o meno grave, più o meno ardente la pupilla, e con quella sapiente parsimonia che costituisce il pregio massimo d'ogni artista. Se dunque fosse buono un altro confronto, e se mai piacesse alla duchessa, della qual cosa io dubito; ella era come il serpe che, svestita la prima spoglia, ne ha assunta un'altra di gran lunga più iridescente della prima. Ora avvenne che, nel mentre il mio caro Manfredo porgeva a lei, insieme a quel d'altri, il tributo della sua ammirazione, ella, per caso, e fors'anco per arte, alzasse l'occhio e lentamente, di una lentezza maliarda, il lasciasse cadere sul gruppo di persone tra le quali egli trovavasi. È cosa strana che il Palavicino, d'indole grave e per nulla vano, questa volta desiderasse che quello sguardo si fermasse su lui, e riconosciuto così dalla signora, suscitasse qualche dramma d'invidia fra coloro che gli stavan d'intorno. Se non che colla medesima lentezza onde quel grand'occhio di Giunone erasi posato sul gruppo di persone, se n'era ritratto senza accidente notevole; la qual cosa lasciò nel fondo dell'animo del Palavicino tanta amarezza che, indispettito, si ritrasse. Il lettore si ricorderà dell'ingenuo racconto fatto dal Manfredo al duca Sforza del suo primo incontrarsi colla duchessa a Rimini, di quanto eragli intervenuto alla corte di lei, e come non desse nessun valore alle molte prove di una certa affezione che la giovane signora gli aveva allora esibite, prove, senza dubbio, sufficienti a produrre assai strane vertigini in qualunque altro giovane. E pare che il Manfredo, non avendo allora mostrato neppur d'accorgersi di quelle mezze tinte, se ne dovesse anco dimenticare. Ciò era già avvenuto infatti, e quando si tolgano alcune indagini che, appena giunto a Roma, volle tentare intorno all'occulta storia di lei, egli non ci aveva più pensato, e cosa facesse, e se ancora ella esistesse, non erasi mai dato premura di conoscere. Ma ora, appena l'ebbe veduta, l'anno 1512 gli balzò innanzi di tratto, e tutti gli atti, e le parole, e le esclamazioni che in quel tempo la duchessa ebbe a dirgli, tutte gli si ridussero in mente, quasi le avesse scritte sul libro de' ricordi. La sensualità aveva fatto scattare una molla, e una subita fiamma rischiarò la vasta scena della sua memoria. Nè soltanto ripensò a quelle parole, ma lor diede un valore che mai non aveva sognato, e con tanta audacia di interpretazione, che don Giovanni, se a que' dì fosse vissuto, non avrebbe fatto altrettanto. Però non sapeva comprendere come la duchessa, di volo, non lo avesse riconosciuto; cosa di cui tanto si martellò il cervello, che non ebbe più un'ora di bene. Dopo un anno, quattro mesi, e non so quanti giorni e quante ore, fu questo il primo minuto in cui l'immagine della sventurata Ginevra fu interamente oscurata da quest'altra, il primo istante ch'egli dimenticò al tutto vi fosse nel mondo una Ginevra Bentivoglio.
O giovinette che, atterrite, chiudete le sconfortanti pagine, e sostando a considerare il pieno tramonto del primo affetto di Manfredo, che a voi fu esibito quasi vaso di elezione, vi assale il dubbio non sieno per rompersi così le promesse di amore eterno che, ai di tepenti, in sull'ora dei leni crepuscoli, negli opachi recessi degli orti casalinghi, vi ha fatto il tenero giovinetto, prima, unica segreta gioja della vergine anima vostra, e vi rivolgete a me adirate, imprecanti, perchè, improvvido, vi abbia dischiuso gli sconsolanti segreti; per carità tornate a spianare le linee gentili della rosata faccia… sospendete i timori… sospendete le ire… tempo verrà…. Pure è un segreto codesto il quale costituisce l'ingrediente primo d'ogni racconto, che non si debba prevenire quel che sarà per succedere nel tempo che verrà; ond'io taccio su questo, e proseguo il mio cammino.
Quando il sole stava tramontando sui colli Sabini, e il Palavicino uscito, nell'insolita foga dei suoi pensieri, un bel tratto lungi da Roma, attraversava il ponte Molle colla testa china e malinconica; dopo molt'ore che n'era stata assente, l'immagine della Ginevra tornò ad affacciarsi alla sua memoria, e vi tornò lucida e tremolante come una stella; vi ritornò (notate questo) cinta di tanto splendore, ch'egli ne fu abbagliato, ch'Elena stessa ne impallidì; ma quanto fu vivo, tanto fu breve, e oscillando disparve poi affatto. I due amori, il vecchio ed il nuovo, stettero un istante al cospetto l'uno dell'altro; ma l'etere puro del primo fu vinto dal sublimato corrosivo, del quale era così gran dose nel secondo. Il Palavicino crollò il capo, guardò i mille colori di cui il sole, svariando di minuto in minuto, vestiva i colli Sabini, mandò anche un tristissimo sospiro, come portò la fama; volse uno sguardo assai grave all'onda gialla del Tevere fuggente… ne fu addoloratissimo, ma la lucida stella era scomparsa. Sventurata Ginevra!!
La sera il Palavicino si recò nelle sale del palazzo di Agostino Chigi, il più ricco banchiere di Europa, il più splendido mecenate, dopo Leone, delle arti e delle lettere italiane, il più sontuoso signore di Roma che banchettava spesso i più superbi patrizj i quali non avevano a sdegno di recarsi da lui, e ogni sera apriva le immense e dorate sue sale al fiore de' cittadini romani e de' forestieri che a quel tempo vi rigurgitavano. Il Palavicino vi si recò, sperando innanzi tutto di rivedervi la duchessa Elena, vi si recò inoltre, come era suo costume, perchè in quelle serali conversazioni, ventilandosi le notizie correnti, egli ne faceva espressa raccolta pe' suoi fini, e dalla bocca stessa di Agostino Chigi, il quale avea corrispondenze commerciali con tutte le città d'Italia, di Francia, di Spagna, dell'intera Europa insomma, raccoglieva tutti que' fatti più o meno importanti che valessero a chiarirgli qual mutamento subissero le italiane cose di giorno in giorno, e specialmente per ciò che risguardava Milano. Il Chigi aveva promesso, tanto a lui che al Morone, di tenerli informati dei più minuti avvenimenti. E quella sera, quando vide il Palavicino entrar nelle sale, senza togliersi dal vano d'un finestrone dove stava parlando col Morone, gli fe' segno di accostarsi.
—Grandi novità, gli disse; al governatore Borbone fu, a Milano, sostituito un altro governatore. Questo avvenne venti giorni fa.
—E pare, disse gravemente il Morone, che gli strani desideri del conte Galeazzo Mandello siano stati troppo compiutamente appagati; il nuovo governatore è un uomo che tu, pel tuo malanno, già conosci.