E qui bisogna notare, che anche il Trissino volle esser giusto e, volgendosi a un tale che gli stava presso, il quale sedeva ai terzi posti nella gerarchia delle belle lettere:

—Questa volta è gioco forza confessare, gli disse, che codeste stanze sono passabili.

E il Bembo, battendo palma a palma in maniera che tutti avessero ad osservarlo, mostrò per la seconda volta il grosso lapislazzulo incastonato nel suo anello cardinalizio.

Quando messer Chigi e l'Ariosto si presentarono alla duchessa Elena, pregandola volesse attenere le sue promesse, quella brillante e gentile gaiezza ch'ella aveva mostrato un momento prima, tanto nel suo volto quanto ne' suoi modi, era scomparsa del tutto. Gli antichi pensieri, sviluppati forse dal lugubre argomento, d'Olimpia, erano tornati ad infestarla, que' pensieri che davano all'indole di lei, che per natura sarebbe sempre stata vivacissima e briosa, una tale mutabilità sfuggevole ad ogni giudizio. In quegli istanti medesimi, in cui sfoggiando spirito e gentilezza, ella metteva una voluttuosa giocondità in quanti le stavano intorno ascoltandola, tu la vedevi sostare di tratto e corrugare la fronte, come per sensazione di dolore, e lasciando cader la parola a mezzo pronunciata, tacersi poi affatto. Assai grave si alzò dunque a quell'invito e, senza dir parola, guardò in volto al Palavicino, quasi dicendo: Qual noia mi tocca ora a subire; e lasciandosi condurre nel mezzo della sala, prese l'arpicordo dalla mano dell'Ariosto medesimo, che glielo porse, ed al quale si sforzò di sorridere, e ne trasse dei gravissimi accordi. I pensieri ch'ella tentò esprimere in quella notte, e il carattere della musica onde li vestì colla magia della sua voce, furono di una tinta così lugubre che lasciarono negli animi degli ascoltatori un'oscillazione ancora più grave di quella che avesse lasciato il canto d'Olimpia.

Quando la grossa campana del Vaticano battè le due oltre la mezzanotte, la numerosa adunanza convenuta nel palazzo Chigi cominciò a disciogliersi. E la duchessa Elena si licenziò anch'essa, facendosi promettere dal Palavicino e dal Morone che il domani sarebbero andati a trovarla nel palazzo di Marc'Aurelio, dov'ella aveva fermato la dimora con tutta la sua corte.

Allorchè il Palavicino non si vide più accanto la duchessa, gli parve che quelle sale del Chigi non avesser più nessuna attrattiva, e sentì pesarsi addosso l'amarezza della desolazione, e insieme provò un desiderio impaziente, irrequieto, del ritorno del dì. La presenza, le parole, i modi, le sventure, la gentilezza briosa, la tetraggine stessa di Elena (che mai non avevano avuto effetto sul cuore di lui) in quella sera lo dominarono così, ch'egli non fu più padrone di sè medesimo. Alcuni dì prima lo teneva oppresso la noia, questa erasi dileguata; e in suo luogo era venuta l'amarezza e l'inquietudine, alternativa perpetua della vita.

Quando uscì di palazzo si trovò in mezzo ad un cocchio di gentiluomini romani i quali, com'è facile a credersi, attendevano parlare dell'Ariosto e della duchessa Elena.

—È cosa molto strana, entrò a dire un gentiluomo piuttosto vecchio, che la duchessa dopo tutti i guai che, o per colpa sua o per colpa d'altrui, ha pur dovuto sopportare, conservi ancora quella giovanile floridezza di qualche anno fa; e stassera mi pareva quella medesima, quando andò sposa del duca di Pitigliano, e per la prima volta comparve alle feste di casa Orsini. E da quel tempo, credo abbia incontrate tante peripezie quante basterebbero per tribolar dieci vite, non che una. Pare però ch'ella se ne senta di quando in quando, e qualche piega della fronte attesti l'interno stato dell'animo.

A queste sue parole, alcuni gentiluomini, i quali non erano di Roma e nulla sapevano dei casi della duchessa Elena, ne domandarono il conte Ridolfi, chè tale si chiamava quel vecchio signore, e dicendo che molto ella aveva destata la loro ammirazione per le straordinarie doti onde manifestamente era fornita, mostrarono desiderio di sapere qualche cosa di più particolare della di lei vita.

—Se c'è qualcuno in Roma, disse allora il conte Ridolfi, il quale possa dire di conoscere costei, potrei bene affermare ch'io son quello giacchè ho vissuto qualche anno in molta dimestichezza col duca di Paliano suo padre, e la fanciulla la vidi nascere e la vidi crescere; direi falso però se sostenessi di sapere di lei più di quello che per avventura ne deve sapere la casa Orsini, nella quale ella trovò il marito; pure potrò farvi contenti assai bene. E qui si mise in sul raccontare.