Batteva l'ora di notte all'orologio della torretta, e in quel momento dai quattro lati del castello si udirono i suoni delle trombe che chiamavano a raccolta. E in ogni parte del castello, nel cortile, sotto gli atrii, sotto gli androni, sugli spalti che guardavano la gran fossa, alle feritoie, ai merli era un tumulto, un frastuono, un brulichio d'armati incessante, e in quell'ora quel vasto ricinto rendeva l'immagine come di un grande alveare nel quale confusamente s'agitassero ronzando migliaia e migliaia di armati. Siccome non avevasi a passare che una sola notte colà, tutti gli Svizzeri che si trovavano in Milano sotto gli ordini del Sion, tutte le labarde tedesche le quali costituivano la guardia dei duca, tutti i soldati di ventura stranieri, e quanti vestivan armi in Milano, vi stavan raccolti insieme per esser pronti alla prim'alba del prossimo dì. Nè faccia maraviglia che si potesse dar luogo a tante migliaia di soldati. Quantunque il castello a quel tempo non avesse quella gran cinta di casamenti che lo chiude in mezzo oggidì, avea le fortificazioni che si estendevano per gran tratto all'intorno, e dalla parte poi che spetta a settentrione arrivava coi vasti broli chiusi da cinte fortificate, sin dove oggi si estende il borgo vicino; però su questo gran tratto di terreno, zeppi che furono i luoghi chiusi e coperti, i soldati come meglio poterono s'acconciarono a dormirvi a ciel sereno, buttati a disagio sul nudo terreno.
Il Palavicino intanto e Francesco Sforza, dopo avere accompagnato il duca nelle sue stanze, subito erano stati licenziati.
—Giacchè ci rimane qualche tempo, disse il marchese nell'uscire collo Sforza, andrei un tratto nella camera dell'ammenda alla torre, chè vorrei vedere dappresso costoro, che senza conoscermi, si volevano la mia vita. Così interrogandoli io stesso, tenterei scovar fuori qualche cosa di più.
—Son già condannati nel capo, nè c'è altro a cavarne. Quel che han confessato è ben chiaro.
—So per altro che, tra l'altre circostanze, han deposto che il caporale che li ha pagati era una volta agli stipendi del Lautrec. Questo sarebbe un filo per conoscere se il colpo venga propriamente da costui.
—Potrebb'esserlo.
—Ben è vero che anche senza prove io credo al tutto che sia così la cosa, nè, altrimenti, saprei come acconciare i fatti tra loro.
—Il Morone è del medesimo avviso tuo. Ma lui sa quel che intravvenne tra il Lautrec e te altra volta, ond'ebbe presto il modo di portar giudizio sul fatto. Ma io non so nulla.
—Dopo l'attentato è questa la prima volta che mi trovo con te. Ma pure te ne dovrei aver parlato altra volta.
—Ciò non può essere, se nulla me n'è rimasto in memoria.