—Allora ti dirò tutto in breve. Ma rechiamoci in prima alla camera dell'ammenda.

—Non so se mi convenga venir teco, nè, a dir la verità, vorrei esser riconosciuto potendo venir loro in mente ch'io avessi il diritto di grazia.

—Ciò non avverrà; possiamo andare.

Così, passando in mezzo a cento gruppi di soldati, si recarono nel cortile, detto della Torretta. Una labarda che precedeva il duca salì a far l'imbasciata al custode. Questo tosto discese.

—Si vorrebbe entrar nella camera dell'ammenda, gli disse il duca.

—I condannati per l'attentato contro il marchese Palavicino, se son quelli che volete vedere, ci furono condotti oggi di fatto. Io sono agli ordini di V. E.

—Questo che è con me è il marchese Palavicino appunto. È lui che vuol vederli.

Il custode allora, seguito da essi, risalì la scala e corse in fretta a cingersi la spada. Li fece passare per mille andirivieni e corritoi, ne' quali la tetraggine serrava gli animi. Finalmente il custode, spalancata una grossa imposta di legno di quercia tutta rivestita di ferro:

—Eccoli, disse, sono costoro.

La scena che si offerse a' due riguardanti era truce e curiosa nel medesimo tempo. Su ciascuno dei quattro angoli d'un carcere a volta, ampio e nano, v'eran quattro letti di lucido legno inchiodati a terra. Legato a ciascun letto con una grossa catena che poteva esser lunga forse tre passi un uomo. La foggia dei vestiti, benchè diversi l'uno dall'altro, pure li dava a conoscere per soldati. Accostandosi poi a ciascuno di essi, non si durava fatica a conoscere che non appartenevan tutti ad una nazione medesima. Ed erano infatti due Piccardi, un Valacco, un Italiano. Stando a quanto s'era potuto raccogliere dalle loro deposizioni, all'Italiano, come al più esperto delle vie di Milano, era stato dato carico di far la scorta agli altri tre, i quali non avevan poi a far altro che ferire.