Il Palavicino, dopo aver gettata un'occhiata su ciascheduno chiese al custode se avesser deposto altro in aggiunta alla confessione del dì prima, e avendogli il custode fatto cenno di no, volle accostarsi allora ad uno di essi per tentarlo in qualche modo, e il primo a cui si presentò per combinazione, fu il Valacco.

Disteso quant'era lungo sul nudo legno, immobile, calmo, ritto come se facesse l'esercizio, cinto così strettamente ai fianchi che pareva avesse il corpo diviso per metà, rendeva la figura di una gran mosca, con un vestimento compiuto alla foggia tartara, poco diverso da quello di un odierno ungaro, (perchè costumi e civiltà in quelle regioni puntandosi alla consuetudine come un mulo, che adombri, alla terra, non hanno voluto, per battere che siasi fatto, dar mai un passo innanzi.) Aveva quell'ossatura di teschio più larga che lunga che distingue la razza tartarica, naso schiacciato, bocca larga e labbro gonfio, coperto da un filo di pelo, nero, lungo, appuntato, lucido come la coda di un sorcio impiastricciata di lardo. La tinta del volto era tutta soffusa d'un bel giallo d'ottone misto ad una leggiera dose di verde di rame, zigomatiche alte, occhi tondi e grossi ed una fronte così bassa e angusta che l'intelligenza ci doveva star comoda come un condannato ai forni di Monza. Da quel complesso insomma si conosceva un vero discendente di Cam, il Maledetto.

Allora il Palavicino si provò a scuoterlo da quello stupido letargo, e fattosi dire dal custode il nome di colui, lo chiamò ad alta voce.

Il Valacco piegò un momento la testa.

—Sai tu perchè sei qui? gli domandò il Palavicino.

Il Valacco stette un momento cogli occhi fissi in chi gli aveva fatta quella domanda, poi rispose:

—Credo bene di saperlo.

—E a che pensi tu adesso?

—A questa carogna di custode, il quale mi ha dato del pessimo lardo che non si può masticare.

—Faresti assai meglio a pensare a quello che sarai tu domani, gli disse allora il custode.