—Che cosa volete, è fatto così; ma sbrigatevi.
Il fanciullo dai due scudieri fu messo a cavallo; il conte Mandello e il suo servo gli si misero ai lati.
Era avvenuto tante volte, che il governatore nel mezzo delle sue più serie occupazioni, preso repentinamente da quella sua pazza smania di vedersi accanto il figliuolo, mandasse a prenderlo in quel modo da taluno de' suoi ufficiali, o da altri, che nè all'uomo di camera, nè agli scudieri, nè a famiglio veruno, entrò pur ombra di sospetto in mente; e il conte Mandello s'era appunto attenuto a questo partito, perchè era il più semplice, sebbene il più aperto.
Usciti così dalla porta del palazzo, senza accidente di sorta, in sulle prime finsero di prendere per la via che metteva al castello, poi improvvisamente facendo dar di volta al cavallo, il conte accennando al servo che guardava lui continuamente cangiò direzione.
I tre cavalli presero allora la rincorsa a galoppo, intanto che il Mandello volgeva qualche dolce parola al fanciullo, che senza sospetto, con quella sua voce argentina, gli rispondeva di conformità, furono presto in Porta Romana. Le case lor fuggivano d'innanzi; finalmente apparve la cima del gran pioppo di S. Giovanni, co' suoi rami secchi e bianchissimi di neve raggelata, e il Mandello scòrse la sua paravereda. Qui temendo assai di un altro contrattempo, perchè il fanciullo poteva far qualche sospetto, pensò che bisognava giuocare di risolutezza, e che per poco non occorreva farsi caso dello spavento del fanciullo, e perciò accostatosi al servo:
—Quand'io, gli disse a voce sommessa, aprirò lo sportello della paravereda, tu getta il tuo mantello sulla testa del fanciullo, perchè non possa gridare, e afferralo alla cintura e mettilo dentro di forza, ch'io scenderò di volo da cavallo ed entrerò con lui. Con Carlotto siamo già d'accordo, e non sarà lento a cacciare a furia i cavalli; tu poi ne terrai dietro alla lontana, e in quanto a questo cavallo del governatore, farai bene a condurlo in uno di questi prati dove non ci capita mai anima viva, ed a legarlo a qualche albero; se il freddo della notte lo vorrà gelare, trattasi di cosa troppo grave, per aver pietà di una bestia. Attento dunque che siam presso.
Il trotto dei tre cavalli avvisò Carlotto, l'altro servo, il quale stava sulla cassa della paravereda, e che volse la testa, tendendo subito le redini e tenendo pronta la frusta per non mancare d'un punto.
Il Mandello s'accostò, aprì lo sportello, scendendo a mezzo di cavallo. Il giovanetto Armando lo guardò, non sapendo perchè facesse quell'atto; ma allora appunto il mantello del servo avvolse il fanciullo, che nel momento medesimo fu tratto di cavallo e messo dentro. Galeazzo salì anch'esso, e chiuse lo sportello, Carlotto spinse i cavalli, e via di tal carriera, che la paravereda, per quanto fosse pesante, strabalzava sul terreno. Trattavasi ancora di uscire dalle porte della città dov'eran guardie e gabellieri, e poteva dar il caso che quell'ultimo ostacolo fosse il più grave di tutti. Ma la paravereda, senz'accidente di sorta, passò attraverso i pilastri della porta, e innanzi ad una guardia e ad un gabelliere che non badarono a nulla. Il Mandello, che di ciò stava in gran timore, fatto spietato per necessità, tenne sempre il mantello avvolto intorno alla testa del fanciullo, e la sua mano compressa sulla bocca di lui, a non lasciarne uscire le grida, e con tal forza, che l'innocente Armando ne fu quasi soffocato. A un miglio dalle mura, pensò bene di liberarnelo, ma ebbe a sgomentarsi terribilmente, vedendo ch'esso era livido e non dava parole. A poco a poco però rinvenne con indicibile contentezza del conte Galeazzo, il quale aprì l'animo allora per la prima volta a tutte le sue speranze. Verso sera, a malgrado la difficoltà delle strade, furono a Lodi; qui gli bisognava sostare, perchè a prevenire terribili sventure, aveva a scrivere al Lautrec la lettera da cui dipendeva la salvezza del Palavicino; stette in forse se, prima di scriverla, gli convenisse aspettare d'esser fuori del ducato, ma l'indugio lo spaventava; però avendo in Lodi qualche suo conoscente, pensò bene di farne conto, e vi si recò infatti. Un miglio prima di giungere a Lodi, era stato raggiunto dall'altro servo; a lui dunque diede in custodia il fanciullo, cui non concesse d'uscire pur un istante dalla paravereda. Egli intanto, domandato alloggio per un momento al signore presso cui si recò, mettendo innanzi un gravissimo affare, lo interessò a trovare un corriere che partisse per Milano la notte stessa; promesso un compenso larghissimo, il corriere fu presto trovato. Allora il conte scrisse la seguente lettera:
"Eccellenza,
"Vostro figlio sta ora con me, voi lo sapete, e se, come il dolore può in voi parlare la ragione, vi sarà tosto corso alla mente la causa di quanto ho fatto. Voi amate la creatura vostra, io amo la mia terra e i miei fratelli, i miei carissimi fratelli; e se di me in tutto il tempo che vi fui presso, aveste a fare altro giudizio, rettificate oggi l'error vostro. Però, se fra tre dì il marchese Palavicino non sarà con me, potete esser certo, come di nessun'altra cosa, che avrete a rinunciare per sempre alla speranza di rivedere il vostro figlio. Io ho sempre amato ed amo la giustizia, e l'innocenza del fanciullo dovrebbe esser sacra per tutti e per me. Ma v'è tal cosa, che mi è più sacra ancora in questo momento; per esso sono costretto a protestarvi, che se voi foste mai per fare ingiuria al mio concittadino, pel quale darei la vita, la vita del figliuol vostro ne risponderà, e il suo sangue cadrà su di voi. Non fu mai promessa pronunciata con sì tenace proposito.