—Il governatore non ce ne dà istruzione…

—Dunque…

—Dunque converrà interpellarlo…

—Non sarei mai per far questo, disse allora l'ufficiale che aveva ricevuto l'ordine dalle mani stesse del Lautrec. Questo non è il momento di dargli altre noje, e se non c'è altri che possa accompagnare il marchese, lo accompagnerà qualcuno di noi. Fra tre dì si ha ad essere a Reggio, dove il figlio di sua eccellenza ci sarà restituito; questa è la cosa per cui si avrà più che mai a tener aperti gli occhi. Andiamo dunque, che in verità non c'è tempo da perdere.

Così tre degli uffiziali di servigio si trasferirono al castello.

Per quanto quegli ufficiali francesi fossero alieni dal provare una pietà al mondo delle miserie lombarde, pure, questa volta, per la novità stessa del caso, e per l'ammirazione a cui non poterono sottrarsi verso il Mandello, che tanto aveva fatto a salvare un suo concittadino, e per l'interesse onde ebber sempre riguardato il giovane Palavicino, fatto assai grande agli occhi loro dalla tenacità stessa dell'odio onde il Lautrec lo aveva fatto segno, provarono una certa compiacenza nell'essere portatori di un ordine a favore di lui.

Mostratolo dunque al castellano, e fattagli presente l'urgenza straordinaria delle circostanze, lo sollecitarono a rimettere in libertà il marchese Palavicino. Intanto che il castellano recavasi per adempiere gli ordini, essi a non perder tempo, fecero tosto allestire le cavalcature pel viaggio.

Il marchese Palavicino, già da quindici ore, se ne stava in uno di que' tetri camerotti della torretta del castello; fin dal primo momento che v'era stato condotto, gli era caduta ogni speranza affatto, e si tenne irremissibilmente perduto. Quella prima fiducia ond'erasi tanto confortato, quando udì che il Lautrec avea fermo di battersi seco, quella fiducia illimitata, onde sperando per sè, sperò per tutta Italia, e per tutti i suoi fratelli, abbandonatolo improvvisamente, lo lasciò in tale stato di disperazione, in tale abbattimento, che le smanie istesse e i deliri, portati dai patimenti estremi dell'animo che avea subito il Lautrec nelle ore della notte trascorsa, li aveva subiti esso pure. E tanto più, in quanto non poteva vincere il rimorso di avere anteposto alla patria comune un affetto privato, d'avere egli medesimo affrettato la propria rovina, e d'essersi posto al punto che se l'espiazione gli era pur troppo inevitabile, ogni via gli era intercetta ad una riparazione generosa. Non poteva sopportare l'idea di avere a morire così giovine, senza avere operato cosa che fosse degna della gratitudine degli ottimi, e dopo aver fatte tante promesse, d'aver suscitate in altri tante speranze, e averle tradite tutte quante…

Verso il mattino, quando sentì ch'egli veniva meno sotto il peso di tali pensieri, e gli parve che tutte le facoltà dello spirito fossero per essere soppresse come da un deliquio, cadde in ginocchio, e nella sua desolazione, sentì il bisogno di rivolgersi a Dio. Le lagrime che gl'innondarono il volto in quell'ora angosciosa, ma d'una solennità senza pari, la preghiera che fece il suo labbro commosso e inspirato dalla sventura e da un amore ardentissimo, attestavano quanto v'era di puro, di soave e di sublime in quell'anima giovanile. Le sue debolezze, le sue cadute lo aveano altra volta pur troppo messo a paro degli uomini volgari. L'entusiasmo della carne aveva per qualche tempo assorbito ogni altra cosa, e avea vinto; ma non mai anima di mortale alzò poi tant'alto il suo volo, come quella di lui in questo punto; essa erasi gettata veramente nelle braccia d'Iddio, per esserne degna un istante. I colpi della sventura sono talvolta di una efficacia senza pari a redimer l'uomo dall'uomo, ed a comunicargli un ardore che va oltre la sfera delle sue abituali tendenze.

Egli era ancora assorto in tali pensieri, quando il castellano entrò a comunicargli l'ordine del governatore.