Fermi in questo, non volendo darsi a conoscere a nessuno prima di incontrarsi in lui, dovettero durare qualche fatica per ritrovarlo. Cominciarono perciò a frequentare i luoghi pubblici, i ridotti, le sale, i banchetti che di notte si davano sulla piazza di S. Marco, sulla riva degli Schiavoni, alla Giudecca, al Canalazzo; poterono anche introdursi nelle sale del doge, che in quel tempo era Leonardo Loredano, e colà venne lor fatto alla fine di vedere il conte Birago in un momento che si levava la maschera per respirare, e s'accostava ad un finestrone del palazzo ducale. Il Palavicino, sempre mascherato, accostatosi a lui che s'era messo al davanzale, gli battè sulla spalla.
Quegli si rivolse.
—Qui, gli disse allora Manfredo, i sistri vanno sempre più animando le danze… là prorompono grida di ebbra allegrezza, e additava la gran piazza di S. Marco sulla quale, fra lo splendore di mille fuochi, ferveva e romoreggiava una densissima folla di popolo. Ora ti domando io, caro conte, come un uomo può aver tempo di pensare alla propria terra che trovasi oppressa da una calamità insolita.
Il conte Birago, a quelle inaspettate parole, aguzzò gli occhi e guardò attentamente il Palavicino come sforzandosi di osservare il volto che celavasi sotto la maschera.
Il Mandello gli si accostò allora anch'esso e:
—Ciò che ti ha detto questo mio amico carissimo, soggiunse, è vero pur troppo…. Tra la furlana e le nacchere domando io come si possano incastrare i pensieri di chi va agonizzando.
—Ma chi siete voi? domandò il Birago.
—Hai tu volontà di conoscerci?
—Levate la maschera.
—Qui no; vieni con noi.