D'altra parte fu per lui, se il conte Galeazzo Mandello si trovò costretto a risolversi ed a spiegare a un tratto tutta la forza e la nobiltà della propria natura che per tanti anni, sdegnato della generale abbiezione, quasi apposta avea cercato di smarrire nelle intemperanze e negli stravizzi, per non avere ad esser testimonio di nulla; e uscito della propria città, dove non gli rimaneva a far altro, si accostasse al Guicciardini, (dal quale in pari tempo che dal Morone dovevano esser gettate le prime fila per iscacciar Francia dall'Italia), e fermasse poi la sua dimora in Reggio, piccola città destinata a veder l'origine, il lento svolgersi, il progresso, la maturanza estrema di un gran fatto che parrebbe invero altamente disposto, tanto difficile riesce a spiegarlo siccome un semplice accidente. A governare il Modenese in nome del papa era stato eletto il Guicciardini, la prima intelligenza italiana che si stabilisse in Reggio. Il Morone venuto qui espressamente, si era già messo d'accordo con lui; ora il Palavicino e il conte Mandello sono condotti da un corso di cose, ad avvicinarglisi essi pure, ed a costituire così quasi un centro d'intelligenza e di potenza, a cui, come raggi da una vasta periferia, avranno poi a convergere tanti elementi. Vedremo infatti come tutti i patrizi milanesi spontaneamente emigrati, e di cui il Palavicino, nella sua venuta a Milano, aveva potuto esplorar le tendenze, da Venezia, da Ferrara, da Parma, a poco a poco raccoglierannosi tutti qui a danno della Francia.
Del resto il Palavicino non potè per ora fermarsi molto in Reggio, e dopo essersi intrattenuto presso il governatore qualche giorno ancora, credette opportuno recarsi un momento a Venezia, prima d'andare a Roma. Fatto manifesto il suo pensiero al conte Galeazzo, lo pregò volesse accompagnarlo in quella gita da Reggio a Venezia, preghiera che fu esaudita senza ripeter parola, tanto più che al Galeazzo incresceva assai d'avere ad abbandonare così presto un tanto amico, per la cui vita aveva esposta la propria, e che poteva ancora essere minacciato da nuovi pericoli.
Il dì stesso che i due amici avevano a partire il Guicciardini ricevette una lettera dal Morone, dove insieme alle molte cose riguardanti l'Italia e il pontefice e la futura impresa, veniva parlato del Palavicino con molte notizie intorno al medesimo, e l'ultima della di lui andata a Milano, toccando della qual circostanza, il Morone supplicava il Guicciardini, a stare attento, come più vicino a Milano, se mai gli giungesse la nuova di qualche sciagura, e a scrivergliene tosto a Roma.
Non è a dire come il nostro Manfredo, il quale appena giunto a Reggio subito aveva scritto al Morone, dandogli ragguaglio minutissimo di quanto era accaduto, si sentisse intenerito per l'amorosa premura che di lui prendevasi l'illustre suo concittadino, e che compiacenza provasse pensando che fra pochi dì esso avrebbe ricevuto l'importante novella. In questo pensiero se ne uscì dunque di Reggio insieme al conte Mandello.
Ci siamo dimenticati di dire, che in fine della lettera del Morone si parlava di un fatto che stava per maturarsi, e che in poco tempo avrebbe dato a parlare a tutta Italia. Vedremo a suo luogo qual era codesto fatto di cui il Morone stava in aspettazione. Intanto ci recheremo a Venezia.
I due amici entrarono in questa città in uno degli ultimi giorni di gennajo del 1520. Il fine principale per cui Manfredo avea voluto passar di là prima di ritornare a Roma, era di conoscer di appresso e mettersi d'accordo finalmente con tutti que' gentiluomini milanesi che fuggiti dalla loro patria vi s'erano fermati.
Essendo il carnovale di Venezia cominciato da qualche tempo, i due amici vollero profittare dei costumi di quella città e di quella stagione, e però trovarono assai vantaggioso, nelle loro circostanze segnatamente, d'andar mascherati, e star celati altrui per qualche giorno.
—È mia intenzione, diceva il Palavicino al Mandello, di vedere come si comportano qui i nostri colleghi prima di darmi loro a conoscere. Nel venire a Milano ne ho incontrati più d'uno e mi parve che nelle loro teste molte idee siansi venute rettificando, e la sventura abbia lor dato il modo di ripescare la buona ragione che avevano smarrito. Non so poi come sì metteranno le cose qui!
Non credo già che si abbiano a metter bene gran fatto. È un tempo questo in cui anche il doge sessagenario si degna di alternar qui gli scambietti colle belle veneziane; e i senatori e i procuratori di San Marco, mettendo da parte ogni loro dignità, danzano anch'essi la gagliarda e la furlana. Io che m'ebbi a digerire più d'una dozzina di carnevali su queste lagune, so come vanno le cose: e se i nostri colleghi che son fuggiti da Milano, s'acconciano a una simile ragione di vita è indizio manifesto che le loro angoscie non sono ancor giunte a supurazione, e intanto si dilettano a tuffarle nella gioja che passa.
—Anch'io ho fatto un tal pensiero. Tuttavia è già molto che dopo tanti anni di errore abbian cominciato ad accorgersi di qualche cosa. È già molto che sentano il bisogno di stordirsi nei passatempi della vita per far tacere un affanno. Vada per tutti quegli anni che festeggiavano della veste che lor bruciava in dosso. Ora avvolgiamoci noi pure pei labirinti di queste pazze feste, e vediamo di accostarci a ciascuno de' nostri compatrioti per conoscere press'a poco come stiano di dentro. Dopo avremo a tentare qualcosa…. Ho qualche disegno in mente, che tu, Galeazzo, m'ajuterai a colorire…. ma intanto sarà bene cercare del conte Birago, col quale m'incontrai appunto quando m'incamminava a Milano, e che di tutti, anche allorquando stava contro di noi, mi parve sempre il più ragionevole.