—Dunque, se credete, continuava il Morone, domani stesso vado a darne avviso ai camerari apostolici, perchè dai pergami di San Pietro tornino a promulgare i vostri sponsali, giacchè quanto si è fatto due mesi or fanno, non ha più nessun valore adesso.

Rimasti in questa, il Palavicino e il Morone si partirono insieme dal palazzo Aurelio. Ne' discorsi ch'essi tennero facendo la via, il Morone si comportò sempre di maniera, come se fosse intimamente persuaso non desiderasse Manfredo altra cosa fuorchè di maritarsi alla duchessa.

—Sposata che tu l'abbia, diceva, tu senza perder tempo vai a Rimini con lei. Colà bisognerà bene che provveda con tutto il tuo senno a mettere in ordine le cose di quella città, e sovratutto ad ordinare gli uomini d'arme e ad accrescerne il numero. Della qual cosa è grandissimo il bisogno. Ora le mie speranze, caro Manfredo, sono presso a mutarsi in sicurezza, che per la pura verità tutto quanto è avvenuto, e ciò stesso che ne pareva inciampo, pericolo e sventura, fu ordinato in modo che par proprio ci abbian voluto i cieli mettere la loro mano! Persino quella tua imprudente andata a Milano ti ha condotto ad ottimi risultati, e non ti saprò mai lodare abbastanza del modo onde hai saputo inviare a Reggio quel centinaio di Milanesi. Fu un colpo assai maestro, caro Manfredo, ch'io t'invidio, e pel quale ora mi convinco che tu sei atto a qualunque difficile impresa; ma il tuo matrimonio colla duchessa è quello che le deve coronar tutte. Senza di queste saremmo ancora in principio, perchè a dirti la verità, e il Guicciardini e il Bembo e l'ambasciatore di Carlo e Leone stesso erano fermi di affidare l'impresa ch'io voglio mettere nelle tue mani, ad uno, come ti dicevo già, il quale avesse Stato in Italia! Così invece tutti i desideri sono appagati. Del resto tu devi ringraziare i tuoi destini che ti han voluto giovare in un modo veramente straordinario. E se altri desiderasse ciò che tu hai ottenuto, gli si potrebbe dar taccia di pazzia. Ringraziane dunque Iddio e attendi a cavarne tutto il profitto possibile.

Dicendo quest'ultime parole, aveva accompagnato il suo giovane concittadino fino alla porta del di lui alloggio, dove, datagli la buona notte, lo lasciò.

Quando il Palavicino si fu raccolto nelle proprie stanze, riandando le parole del Morone ed ogni suo atto, e parendogli fosse nato in lui qualche sospetto, si pentì d'aver espresso il proprio desiderio, e tanto più in quanto temeva che il Morone, a lungo andare, avesse a togliergli ogni sua stima, vedendolo sempre a tentennare nei momenti più risolutivi della vita. Considerando inoltre che il voler rompere in quel punto le promesse fatte alla duchessa sarebbe stato uno scandalo da far parlare tutta Italia e i suoi compatriotti tanto più, a' quali doveva esser chiara l'importanza di quel matrimonio, venne nella risoluzione di non mettere innanzi più nessun pretesto, e di fare in tutto e per tutto la volontà del suo saggio concittadino. In quella sera poi la bellezza sempre abbagliante della signora di Rimini, e i suoi modi pieni di fascino avevano tanto quanto ravvivato il suo amore per lei, amore che, con uno sforzo dell'animo egli procurò d'accrescere, tentando dall'altra parte di escludere il pensiero della Ginevra, la cui immagine, dopo tanto tempo, aveva ricominciato a comparirgli innanzi con molta insistenza; ma nel punto stesso in cui si affannava ad escluderla, con maggiore apparenza di realtà, quella gli si fermava innanzi. Allora col pensiero correva al giorno in cui fosse giunto alla Bentivoglio la notizia della morte del vecchio marito; si figurava la viva gioja di lei all'udire che le si ridonava la libertà perduta, e il rinascere in lei dei primi pensieri i quali, dal punto ch'ella non aveva più marito, avrebbero a cessare d'essere colpevoli, e dopo que' pensieri, l'assidua sua aspettazione di vedersi comparire innanzi chi le dovea mantenere quelle promesse che da tanto tempo, e in circostanze tanto gravi erano state fatte. Ma a romperle quell'aspettazione ed a gettarla in una disperazione nuova, ecco giungerle la notizia del matrimonio della duchessa Elena, signora di Rimini, con chi?… A questa idea il Palavicino si alzava agitatissimo, e per quella donna infelice sentiva commozioni tali, che lo sforzavano alle lagrime…. Se non che a poco a poco, per mantenersi saldo, cercò di convincersi che la Ginevra oramai doveva essersi dimenticata di lui, e richiamandosi in mente il modo onde la Bentivoglio, nel castello d'Acquanera, s'era da lui disgiunta per ritornare con suo padre o col suo decrepito sposo, stimò esser pazzia il credere d'avere ancora tanta parte nelle affezioni di lei, e così con una soddisfazione particolarissima che non era contento, si staccò dalla Ginevra, e sperò se ne sarebbe, col tempo, dimenticato affatto. Non sapendo poi nulla delle intenzioni del pontefice riguardo alla vedova del Baglione, pensò che dopo la morte di lui, ella se ne sarebbe allontanata dalla Romagna, e forse dall'Italia, dove tante ingrate memorie le dovevano necessariamente rendere odioso il dimorarvi più a lungo. Nella persuasione adunque che non sarebbesi mai più incontrato con lei, e avrebbe il tempo generate le dimenticanze, si venne a poco a poco tranquillando.

Lasciamo adesso Manfredo nelle sue stanze, e rechiamoci a Perugia. La voce diffusasi per tutta Romagna sulla sorte di Giampaolo Baglione, prima che altrove, come naturalmente dovea succedere, era corsa nella città di quel terribile signore, dove i suoi figli medesimi avevan sollecitate le notizie. È impossibile dare un'idea della maraviglia onde furon tutti compresi quando si conobbe la gravissima avventura. In quanto ai cittadini di Perugia la maraviglia fu susseguita da una tumultuosa gioja, la quale non rimase senza i suoi effetti, ma i figli del Baglione ne furono spaventati. Conoscevano troppo bene qual uomo era il loro padre, la voce pubblica aveva loro più volte portato all'orecchio gli atroci delitti di lui, ed essi medesimi più volte ne erano stati spettatori; però quando seppero che una Commissione apposita era stata delegata per giudicarlo, compresero che non v'era più speranza, e che le prime notizie sarebbero state susseguite da un'altra più grave, quella della morte del vecchio padre! In un frangente così terribile misero in campo migliaja di partiti per tentare, se mai fosse stato possibile, di placare l'ira del pontefice. Ma chi di loro avrebbe avuto il coraggio di recarsi a Roma?… eppoi, che ascendente essi potevano mai avere sul pontefice, essi, figliuoli di un così tristo padre, e tutt'altro che netti di colpa?… Nella loro disperazione pensarono dunque non vi poter essere che un mezzo, debolissimo a dir vero, ma tuttavia tentabile. La Ginevra Bentivoglio, la giovine loro matrigna, parve ad essi fosse l'unica persona la quale impunemente potesse presentarsi al papa per ottenere la grazia del marito. La giovinezza, la bellezza di lei, le sue virtù di cui sapevano benissimo come altamente parlava la fama per ogni dove, parve ad essi fossero pregi sufficienti perchè potesse meritarsi i riguardi di Leone. Ma l'ostacolo era s'ella avesse voluto assumersi un tale incarico, perchè nessuno di loro era così cieco da non comprendere di qual occhio ella avesse sempre guardato il marito, da non comprendere che la morte del vecchio doveva toglierla da un lungo affanno, e che però doveva essere da lei assai desiderata. Tuttavia, pensando che l'altezza d'animo e la bontà in quella giovane donna eran fuori dell'ordine comune, dopo molto aspettare, si risolsero a fargliene parola.

Ma in quel tempo qual'era lo stato della Ginevra? Per quanto la nobiltà dell'animo suo fosse grande, per quanto la sua bontà fosse eccessiva, pure la verità ci costringe a dire che quella notizia, la quale aveva messo lo spavento nei figli del Baglione, a tutta prima aveva gettato nell'animo di lei una sensazione di gioja che le fu impossibile di vincere. I desiderj e le speranze che l'avean tenuta in vita in tutto quel tempo in cui avea dovuto star presso al truce vecchio, quali erano state? Che l'età facesse il debito suo, ed ella finalmente venisse a trovarsi sciolta da così insopportabili legami. Il fondo di tutte le sue speranze era sempre stato questo, e non potea essere diversamente. La sua virtù e la nobiltà dell'indole sua le avevano bensì imposto di rimaner fedele al marito, per quanto le fosse odioso, ma non poteva andare più oltre, o almeno ella non lo seppe. Era stato troppo vivo, troppo forte, troppo santo il primissimo affetto ch'ella avea sentito pel suo Manfredo Palavicino, perchè se ne potesse dimenticare pur un istante…. troppo solenni erano state le promesse ch'ella aveva fatto a quel suo giovane amico! Egli è certo che finchè fosse vissuto il Baglione, dato ch'ella avesse potuto trovarsi col Palavicino, non gli avrebbe mai data speranza di sorta, e sarebbesi con lui comportata di maniera, da escludere ogni pensiero di corrispondenza superstite. Fin qui la di lei virtù arrivava, perchè gli atti esterni dipendevano della sua volontà…. ma i moti dell'animo come dominarli, come dirigerli, come vincerli? Però, quando le giunse la nuova che la vita del Baglione versava nel massimo pericolo, non potè in sulle prime averne rammarico, e fu soltanto dopo alcun tempo che la sventura di lui venne a destare in lei qualche pietà; pietà, a dir vero, troppo debole per escludere i suoi desideri, e le sue speranze.

Quand'ella si avventurò a parlare all'Elia Corvino, questi dandogli notizia del Palavicino, le aveva fatto intendere sarebbesi tentata qualcosa a suo vantaggio. Ed ora si accorgeva che il Corvino non s'era fermato alle parole ed era stato lui che aveva tratto il Baglione a Roma. Comprendeva dunque, che molti avevano pensato e pensavano a lei continuamente, e vedendo poi come la volontà di Leone era entrata a giustificare quelle opere, la sua coscienza rimaneva tranquilla e le sue speranze prendevan forza sempre più.

La moglie di Giampaolo stava appunto pensando a tali cose, e facendo congetture, quando da una delle sue donne le fu annunziato che i figli del signore, Malatesta ed Orazio, desideravano parlarle. Ella quantunque non avesse mai ricevuto ingiuria da que' due figliuoli, e più d'una volta si fosse anzi accorta che le avevano grande rispetto, pure n'ebbe qualche sgomento, perchè sapeva del resto, come troppo somigliassero al padre; ad onta di ciò dovette acconciarsi a riceverli, e quando le entrarono in camera.

—C'è qualch'altra trista nuova? ella fu la prima a domandare, alzandosi e movendo loro incontro.