Le veniva presso il Morone, il quale da qualche tempo era sempre con lei, e che non potè abbracciare il Palavicino, impedito dalla signora che non l'abbandonò per un pezzo. Tutti gli altri commensali, i servi medesimi gli si affollarono, gli si chiusero intorno gridando, applaudendo delle mani, tanto il contento della duchessa era contento per tutti!! Fu uno spettacolo strano e commovente, e il Palavicino, vedendo di quanta forza era amato da quella donna, di cui osservando i trasporti, osservava anche la bellezza abbagliante, più abbagliante in quel disordine stesso, fu tolto un momento dai pensieri che lo avevano accompagnato in tutto il viaggio, e non potendo resistere al sentimento di una viva gratitudine, corrispose alle proteste d'amore con altrettante.
Oh fruisci di quest'ora, di quest'ora fuggente, donna infelice… che pur troppo quelle che verranno dopo, non avranno più nessun gaudio per te. Oh ti distempra nel soave ed innocente affetto di quest'ora, ch'è il tuo primo ed ultimo innocente affetto… gravissimi eventi stanno accumulandosi sulla tua giovane vita, che delle tue colpe passate non ti sarà concesso di scansare la pena!!
CAPITOLO XXVI.
Il Morone osservando quelle dimostrazioni d'affetto, tanto per parte della duchessa che di Manfredo, non ebbe più nessun timore e pensò di sollecitare il loro matrimonio. Ho detto non ebbe più nessun timore, perchè dal momento in cui Giampaolo Baglione venne a Roma e fu chiuso in castel Sant'Angelo per passare, come sapevasi da tutti, dalla prigione ai patibolo, tosto gli era venuto il sospetto che Manfredo, smarrito il primo entusiasmo d'amore per la duchessa, fosse per scansarsi di congiungersi in matrimonio con lei, appena sapesse che la Ginevra Bentivoglio era per rimaner libera di sè. La sera stessa del suo arrivo gli parlò dunque della necessità di far subito le nozze. Ma allora il Palavicino gli uscì a dire, che essendo troppo recente la morte della propria madre, gli pareva conveniente d'averle a protrarre per qualche tempo.
Queste parole fecero grandemente maravigliare il Morone, il quale tornò tosto ai primi sospetti; però, ad assicurarsi di tutto, entrò a parlare col Palavicino di Giampaolo Baglione. Intrattenutosi a lungo, e saputo dalla sua stessa bocca quali voci correvano, ne' vari paesi per dove era esso passato, sul conto del signore di Perugia, senza farne le viste pesando ogni parola di Manfredo e notando ogni moto del suo viso, potè accorgersi con quale ansietà egli attendesse la morte del vecchio tiranno. All'acutezza del Morone non poteva isfuggire nessun movimento dell'animo altrui; però come vide che i timori non erano stati indarno, e troppo presto si erano avverati, pensò al pericolo di qualche vicino intrigo e d'altri guai terribili. E tanto più si confermava in questo pensiero in quanto la mattina del giorno innanzi, essendosi recato al Vaticano, aveva saputo che la Commissione nominata a giudicare il Baglione, compiuto il processo, in conseguenza delle atroci confessioni del vecchio tiranno, aveva pronunciata la sentenza di morte, la quale tra poco sarebbesi eseguita. Aveva saputo inoltre, che Leone era venuto nella determinazione di fissare alla vedova del Baglione un'annua pensione, e d'invitarla a fermare la sua dimora in Roma, appena il dominio della città di Perugia fosse entrato a far parte del patrimonio di S. Pietro.
Era questa una combinazione e un intreccio di cose che il Morone non aveva potuto prevedere. Egli medesimo aveva tentato ogni mezzo presso la Corte, affinchè il Baglione fosse spodestato e la Ginevra Bentivoglio rimanesse libera; ma l'aveva tentato in tempo in cui pensava a trarre alcun partito della di lei libertà; e quando i nuovi amori del Palavicino colla duchessa Elena gli fecero fare un altro disegno che gli parve assai migliore, non era stato più in tempo a far desistere l'Elia Corvino dal primo. A Leone era questo troppo piaciuto perchè si potesse provargli ch'era pessimo quanto una volta gli era stato proposto per ottimo. D'altra parte la caduta del Baglione era un fatto di troppo grave, di troppo utile importanza perchè il Morone volesse poi impedirla per nessuna cosa del mondo! Tutti i guai erano dunque scaturiti dalla morte della madre di Manfredo, per la quale si dovettero interrompere le nozze di lui colla duchessa. Che rimaneva or dunque a fare? Quando a notte avanzata tutte le persone eransi partite dal palazzo Aurelio, ed egli si trovò solo colla duchessa e col Palavicino:
—Ora dunque, prese a dire, come se da Manfredo non avesse inteso parola, è venuto il tempo di far questo matrimonio; tutta Roma se ne sta in grande aspettazione, onde potrebbe esser causa di qualche diceria l'averlo a tirar troppo per le lunghe. In quanto poi alla morte recente della madre del nostro Manfredo, per la quale parrebbe si dovesse portarle ad altro tempo, considero che nelle attuali circostanze non conviene tenerne conto, e che infine un matrimonio, e un tal matrimonio, è cosa troppo solenne perchè possa offendere menomamente la gravita del lutto. Che ne pensate, duchessa?
—Quel che ne pensate voi.
—Non ci bisogna dunque altro, rispose allora il Morone, e sono sicuro essere Manfredo del medesimo nostro avviso.
Il Palavicino tacque… la duchessa non ci badò. Il Morone lo guardò di sott'occhio. Del resto egli aveva parlato ed erasi comportato in quel modo per non dare più campo al Palavicino di potersi ritrarre, obbligandolo in faccia alla duchessa medesima.