Di fatto, quando v'entrò col seguito, essendosi diretto al Palazzo Vaticano, di là fu tosto dal capitano Annibale Rangone, condotto al castello, dove gli fu detto trovarsi il pontefice. Vi si trasferì tosto insieme al Corvino (il quale benissimo aveva compreso perchè Leone aveva pensato di ricevere in castello l'ospite da tanto tempo aspettato) e cercato del papa, ebbe da lui poche parole e tosto fu lasciato solo… solo per pochi momenti, perchè il castellano con una mano di soldati pontificii vennero a levarlo per condurlo nelle secrete.
Racconteremo a suo luogo quel che avvenne in quest'occasione; diremo intanto che il processo contro il signore di Perugia durava già da qualche tempo quando Manfredo Palavicino, staccatosi, al paesello di Diedo, da' suoi compatriotti e dal Mandello, s'era messo in viaggio.
La notizia dell'andata del Baglione a Roma e della sua cattura, e del processo, presto, come dovea succedere, si divulgò e per la prima volta giunse all'orecchio di Manfredo quando questi ebbe a passare per Faenza. Vi si diceva esser stata delegata una Commissione espressa per giudicarlo, aver quel tiranno confessato così orribili delitti da non parer vero che una creatura umana avesse potuto arrivare a tanta enormezza, che per conseguenza altro non era ad attendersi fuorchè la sua condanna. Vi si parlava inoltre della giovine moglie di lui, intorno alla quale la voce pubblica propalava fatti che mai non erano avvenuti, ma che si accordavano molto bene colle atroci storie delle altre mogli del tiranno di Perugia. Il Palavicino udiva ogni cosa, udiva, e tanto era forte il suo stupore, che quasi non volea prestar fede a tutte quelle voci; ma più s'innoltrava nel suo viaggio, più quelle voci crescevano, e passando presso Perugia potè assicurarsi di tutto.
Or come un avvenimento così inaspettato non lo doveva condurre a pensare alla Ginevra Bentivoglio, i di cui destini già egli avea creduti indissolubilmente legati ai propri? Il tempo e alcuni fatti pur troppo contrari avevano bensì potuto distruggere affatto quell'ingenua fiducia. Ma adesso come non dovea risorgere per una combinazione di cose tanto straordinaria!!
E il Palavicino difatto ne fu sbalordito; insieme all'antica fiducia risorse anche l'amore antico, e quando fu in veduta della città di Perugia, e si richiamò le sensazioni che un mese prima viaggiando di fretta a Milano avea provato, ripensando anche allora alla Ginevra, provò una forte tentazione di cogliere quell'occasione che il Baglione era in Roma, per mettere il piede in Perugia, per recarsi nel palazzo della signoria ed entrare nelle stanze della Ginevra, e vederla e parlarle… dopo tanti anni, dopo tanti patimenti… dopo l'assoluta disperazione d'averla ad abbracciare mai più. E già spingendo il cavallo alla volta di quella città, e considerando che tra poco la Ginevra sarebbe stata libera di sè, provò una gioia insolita… provò… ma come poteva essere intera?… come poteva durare più che un istante?… E così fu di fatto… e a quella gioia s'attraversarono sgarbatamente tutti gli altri suoi pensieri…. considerò da chi era aspettato in Roma… considerò con quante, con quali promesse s'era avvinto alla duchessa Elena!… Pensò non essergli oramai più possibile di dare un passo addietro, senza incontrare guai terribili per parte di lei, per parte del Morone che voleva quel matrimonio, e lo voleva per uno scopo così importante, per l'unico scopo anzi, al quale Manfredo ben si ricordava d'aver giurato in un terribile momento della sua vita, di voler sempre posporre ogni privato affetto!…
La faccia che ridente di tante speranze, egli teneva alta guardando le mura di quella città, l'abbassò allora istantaneamente insieme ad un piegar lento del collo e del busto, come se un peso insopportabile gli fosse stato messo in sul dosso… E il cavallo che a corsa sospingeva verso Perugia, con un tratto di freni repentino fece ripiegar sulle anche e dare di volta…. confuso, abbattuto sconsolato, si rimise sulla gran via che conduceva a Roma…
Vi giunse alcuni giorni dopo, e pensando esser debito suo, prima di scavalcare alla propria casa, di recarsi tosto al palazzo Aurelio, al palazzo della duchessa Elena, lo fece di fatto.
Era verso sera; il Palavicino soprapreso da quella specie d'agitazione che di solito veste chi sa d'avere fra poco ad esser causa di un forte commovimento, attraversò le vie di Roma che conducevano al palazzo Aurelio. Quando, svoltando il canto, vi gettò uno sguardo, sentì un brivido per tutta la persona, tanti e così diversi affetti gli tumultuavano nell'animo; attraversò così la piazza… entrò col cavallo, passò sotto l'androne della porta che rintronò allo scalpito, d'un salto discese lasciando le briglie del cavallo all'uomo che aveva seco, e di volo salì i gradini dello scalone. Era l'ora di pranzo, v'era molta gente dalla duchessa; come voleva la consuetudine; nelle anticamere era un ire e redire continuo di servi, di fanti, di camerieri e di donne. Ma quando il Palavicino entrò e fu riconosciuto, un grido sorse fra quella gente di servizio, e tosto fu un uscire di tutti per correre a darne avviso alla duchessa, di modo che Manfredo non potè nemmeno, come ne aveva il desiderio, raccomandar loro di parlare in segreto alla duchessa, senza che gli altri se ne avvedessero per non far troppo tumulto.
Ma subito un tumulto di voci, di passi, un rumore insolito lo avvisò che quanti erano nel palazzo s'affrettavano allora per venire in quell'anticamera, dov'egli stava di piè fermo.
La prima che, spalancando l'usciale, a corsa, in disordine, anfanata, gli venne incontro, gli si gettò fra le braccia, lo baciò, lo strinse a sè con una forza convulsa e prepotente, con un trasporto, con certe parole che più presto parevan gemiti, i gemiti della gioia, fu la duchessa Elena.