—Presentarmi a lui…. ma a far che?

—A impetrare la sua clemenza.

—La sua clemenza?

—Che Leone desideri la rovina del padre nostro, ciò è vero pur troppo; pure le vostre parole, le vostre preghiere potrebbero cambiare la volontà di Leone. Risolvetevi dunque, e senza por tempo in mezzo, vogliate oggi stesso mettervi in viaggio per Roma. Questo è ciò per cui siam venuti a supplicarvi.

La Ginevra maravigliava le fosse fatta una simile preghiera, e guardando ora l'uno ora l'altro dei due fratelli, senza rispondere, parea volesse leggere nei loro volti se veramente avean parlato da senno.

Ma i due figli del Baglione indispettiti del silenzio di lei, e riassumendo la nativa asprezza….

—Nessun'altra donna, uscirono a dire, che si avesse a trovare ne' panni vostri, mai non vorrebbe rifiutarsi a far questo; però ci è di grandissima maraviglia codesto vostro tacere.

Ma la Ginevra pensava intanto a ciò che le convenisse fare in quella circostanza. Da cinque anni se ne viveva, quasi prigioniera, in Perugia, o al castello del Trasimeno, senza vedere altre facce che quelle truci ond'era composta la famiglia del Baglione. Mille volte ella s'era augurato di potere uscire almeno a respirare altr'aria, a vivere in mezzo ad altri costumi, perchè troppa era l'oppressione che le derivava da quei soliti obbietti. Ed ora per una combinazione che mai ella avrebbe saputo immaginare, se ne vedeva aperta la via. Ed era la città di Roma dov'ella dovea andare.

Noi non sapremmo assicurare se la circostanza che il Palavicino dimorava in quella città abbia principalmente influito a farle prendere una determinazione; è probabile però v'abbia avuto la sua parte; fatto sta che dopo un lungo silenzio:

—Io ci andrò, disse alzando gli occhi in faccia ai due figli del Baglione. Io andrò a Roma; mi presenterò al papa; farò quanto volete voi.