E senz'altre parole, dato di volta, fece appunto quel che disse, ed entrò in chiesa il primo. Questo suo comportarsi, in una tale occasione segnatamente, era, se si vuole, assai strano, per non dir peggio; ma sapendosi come foss'egli uomo singolare e sprezzantissimo d'ogni regola, non fu alcuno che ne stupisse, e tutti lo seguimmo. Quella chiesa era un quadrilungo a tre navate, epperò molto capace; all'altar maggiore avevano acceso un così gran numero di ceri, che pareva fosse in fiamme tutto quanto, ma il resto della chiesa era bastantemente oscuro. Tutto il seguito, che era numerosissimo, si dispose intorno alla balaustrata; innanzi alla predella dell'altare i due vescovi ed altri grandissimi personaggi.

La duchessa Elena si pose in ginocchio sull'uno dei due cuscini di seta d'oro fattivi collocare espressamente. Alla sua dritta, innanzi all'altro cuscino, ritto in piede, immobile, tutto ferrato e sempre colla buffa calata sul viso, il maresciallo Lautrec. Venne finalmente il cardinal Sanseverino che doveva sposarli. Pronunciate le prime parole latine, disse sottovoce il Sanseverino al Lautrec: Siamo all'altare, levate la buffa. A queste parole, io che gli stavo quasi in faccia sull'ultimo gradino della balaustrata, e benissimo potevo notare ogni cosa, lo vidi star perplesso un momento, e quando poi alzò il braccio per levarsela in fatto, quello gli tremava forte come una canna sbattuta. Si scoperse alla fine; uno strido acuto della duchessa, che balzò in piedi spaventata, fu la prima cosa che successe a quell'atto, o subito un commovimento universale, un bisbiglio per tutta la moltitudine astante. Se invece della figura del Lautrec si fosse piantato li uno spettro, una apparizione spaventosa, che so io, un carcame d'uomo con teschio da morto che si movesse, la maraviglia, l'orrore, il commovimento non sarebbe stato maggiore. Io non ti saprei dire a che cosa potesse allora somigliare la faccia del Lautrec; soltanto io so, che faceva ribrezzo e spavento, tempestata com'era, guasta, mutilata dalle ferite, schifosa, e la sua voce che, come t'ho detto, m'era parsa così alterata, dipendeva da ciò, che uscendogli pel naso, del quale non gli rimaneva che la nuda e secca cartilagine, rendeva quel suono che dà la nota più bassa della cornamusa. E mai nè prima, nè dopo io non ho veduto faccia d'uomo più orribile di quella, a tal che, gli occhi al primo vederla involontariamente ne sviavano. Ma in mezzo allo sconvolgimento, al bisbiglio, che grado grado si trasmutò in frastuono, il Sanseverino imperturbabile seguiva a pronunciar la sua formola fino al punto che si rivolse alla duchessa Elena, la quale s'andava contorcendo le mani e faceva tali atti che pareva al tutto uscita di sentimento. In quel punto tutti si stavano in grandissima aspettazione di quel ch'ella avrebbe risposto, ed al rumore succedette un silenzio così profondo, così perfetto, che s'udirono chiaramente le due ore di notte che suonavano in quella all'orologio posto sopra la chiesa; la duchessa si ritrasse allora in mezzo alle sue donne, quasi volesse ripararsi fra quelle…. e una voce che sordamente le andava gorgogliando in gola, uscì finalmente in un no acuto e disperato, che fu ripetuto dalla vôlta del tempio, e via fuggì precipitosa e come fuori di sè…. e le dame, e i paggi, e il seguito le tennero dietro in grandissimo disordine. Il Lautrec si percosse la fronte col pugno, si udì esclamare in francese: Ah! Il mio presentimento! con voce disperata, e assumere poi in quel punto medesimo una tale immobilità che pareva una cosa senz'anima. La duchessa era già fuggita con tutto il seguito; gli astanti, l'un dopo l'altro, dileguati, la chiesa quasi vuota del tutto, che il Lautrec stava ancor là immobile. Si scosse poi tutt'a un tratto, quando anch'io stava per uscir cogli altri. Si scosse con atti da furibondo; lo vidi ascender l'altare, afferrare il sacramento quasi volesse scagliarlo per terra, ma, trattenuto a viva forza dai tre cardinali inorriditi, cosa impossibile a credersi, quel terribile soldato cadde svenuto nelle loro braccia. L'amore che portava a quella donna toccava il furore, era fisso di possederla ad ogni costo, ed è facile a comprendere che non avea voluto scoprirle la propria deformità prima di quell'ora, credendo che, stretta dal tempo e innanzi all'altare non avrebbe saputo rifiutarlo. Ed io t'assicuro che, sebbene quell'uomo mi fosse odioso per mille ragioni, pure in quei momento ne sentii compassione profonda. E anche adesso, ch'io so ch'ei non vuole altro al mondo che la mia morte, e pensando a lui mi assale un raccapriccio che mi tormenta, pure comprendo ch'era degnissimo di pietà in quel punto. Di un simil fatto puoi ben credere quanto si parlasse per tutta la città, e tanto più quando si seppe che ritrattosi il Lautrec a' suoi alloggiamenti, proruppe in tutto quel furore che aveva rattenuto per tanto tempo innanzi all'altare. Nessuno dei suoi più non osava accostarsegli temendo d'esser fatto in pezzi da quell'uomo terribile, e in quella sera medesima recatosi ad uno dei finestroni del palazzo dove alloggiava giurò di vendicarsi dell'insulto di quell'infame donna sulla città tutta quanta, e vedendo com'ella s'era chiusa in palazzo, fatto guardare da una schiera numerosa dei suoi, le prometteva verrebbe il dì che sarebbesi ancor trovato da solo a solo con lei, che lui stesso l'avrebbe fatto venire quel dì, che s'attendesse ogni peggior cosa, e l'ingiuria sì crudelmente fatta soffrire a lui le sarebbe costata sangue assai più che lagrime.

Per verità che nella condotta della duchessa Elena riguardo al Lautrec c'era un'apparenza di perfidia; rifiutarlo per la sola cagione che più non aveva l'avvenenza di prima dava indizio ch'ella non lo avesse mai amato veramente. Ma s'aggiungeva a ciò un'altra circostanza, che agli occhi del Lautrec poteva far parere assai più trista quella donna. La condizion de' Francesi, dopo la battaglia di Ravenna, nè mai sconfitta costò tanto a quella nazione come una tale vittoria, aveva peggiorato a furia. Le truppe francesi dovevan sgombrare tutte le città della Marca, e que' tiranni della Romagna non avevan più nè a sperarne aiuti nè a temer vessazioni. Il Lautrec credeva si fosse infinta quella sua donna, e si fosse promessa a lui non per altro che pel timore di perder lo Stato o di che altro. E pensando a ciò, dava in così terribili smanie, che temevasi da que' suoi compagni d'arme avesse la sua mente a dar di volta del tutto…. Ma chi poteva mai sospettare che ogni cosa dovesse tornare in capo a me? Ascoltami or bene. Due dì dopo, quel tale Orlando m'entra in camera tutto scalmanato, e mi dice:—Non avrei mai pensato avessi a scegliere per tuo confidente quell'uomo tristo del Baglione. Il diavolo dell'inferno certo ti ha consigliato. Ma se a quel ch'è fatto non c'è più rimedio, or che sei in un gravissimo intrigo pensa a' fatti tuoi di fretta, e vattene con Dio, chè questo non è più luogo per te.—T'assicuro che in sulle prime non ho saputo comprender nulla di quelle parole, e stavo attonito, e mi venne anche voglia di ridere di quell'insolita furia, e con tutta calma gli risposi, ch'ei mi pareva più pazzo che altro, e però si spiegasse un po' meglio, ch'io non comprendevo parola di quel suo garbuglio. Allora mi spiegò chiaramente com'era la cosa ed io rimasi come sbalordito. Quel tristo Baglione il quale, mentr'era così orgoglioso ed atroce nel proprio dominio, superava poi tutti nell'accarezzare i Francesi, stimandoli il più valido suo aiuto contro il papa, forse per rendersi ancor più amico il Lautrec, gli disse (già ti sovverai delle parole che già ebbe a rivolgermi colui) gli disse dunque che nel tempo ch'ei si giaceva in letto ferito e moribondo, io aveva saputo sì ben fare colla duchessa, che assai facilmente l'aveva tirata all'amor mio, tantochè nessun altro adesso le stava sul cuore più di me. L'Orlando mi rimproverava l'aver io osato mettermi in quell'intrigo, mi diceva che mai non avrei dovuto dar retta alle parole di lei, che pure dovevo avere qualche esperienza di mondo. Quando gli risposi ch'egli era in un grandissimo errore, m'entrò a dire ch'egli sapeva tutto, che la duchessa era innamorata di me, che ne aveva le prove, e parlarne oramai la città tuttaquanta. Codesto insistere mi fece andar sulle furie, perch'io era certissimo che s'ingannava sul conto della duchessa, e per parte mia poi non era niente affatto innamorato di quella donna. Mi piaceva la sua bellezza, ma come piace un quadro del Leonardo e niente di più, e a Bologna avevo veduto la Bentivoglio che mi stava sempre dinanzi.

A quel mio sdegno parve che l'Orlando credesse qualche cosa e pensasse di non darmi più noia. Insistette però perchè io uscissi subito di Rimini, dicendomi che il Lautrec aveva rivolto tutto contro di me l'odio suo, e in quella prima furia aveva giurato che mi avrebbe finito in ogni modo, che sarebbe venuto a trovarmi e non isperassi di sfuggirgli. Risposi all'Orlando, che se il Lautrec avesse voluto venire, venisse, che io non mi sarei già mosso di Rimini per lui, e per tutto l'oro del mondo non avrei mai voluto parer così dappoco in faccia a lui e a tutta la città….

Per questa risoluzione quel mio amico si partì allora da me assai malcontento. Del resto io parlai in quel modo all'Orlando perchè così doveva fare, perchè non è detto che si debba sempre mostrar fuori l'animo proprio. Ma ora ti confesserò, e non arrossisco niente, perchè sarei poi sempre pronto a far quello a cui l'animo quasi si rifiuterebbe, ti confesserò che io ne provai un certo sgomento. Conoscevo il Lautrec…. e cosa vuoi…. è questo l'unico uomo innanzi al quale io mi sento tutt'altro da quel che fui sempre. Qualche cosa d'orribile, che so io? di straordinario, di sovrannaturale nella natura di quell'uomo…. del resto poi non so. Ma tornando a quella sera, mi confortai così alla meglio, e fermando in ogni modo di far tuttociò che mai non mi desse a credere d'animo basso, e quasi a provare che io aveva coraggio veramente, uscii fuori senza pensare ai pericoli.

Nel tempo che ho dimorato in que' paesi, io soleva prendermi grandissimo diletto, quando non aveva altro a fare, di recarmi così sulla spiaggia dell'Adriatico, o d'innoltrarmi talvolta qualche miglio in mare in uno di quei navicelli che s'usan colà; tanto quel cielo, quella natura, que' siti splendidi e pittoreschi, tutti nuovissimi per me, mi toccavano e mi davan forti scosse e grandissime fantasie. Avevo vent'anni, ero sventurato, la gentile figura della Bentivoglio spesso mi passava dinanzi come un'apparizione, avevo quella cara donna di mia madre a cui pensare, e della quale non mi giunse mai nuova finchè restai fuori, e godevo a star solo. Recavami sovente ad osservar le tordelle che, quando s'alza la marea, si riducono a riva e vi si fermano appoggiate immobilmente su d'una zampa, mi piacevano i gridi delle lodole di mare che annunziano il riflusso. A notte poi recavami talora a qualche distanza per godervi di quella scena così tranquilla insieme e così solenne, per sentire fra que' vasti silenzii, non interrotti che dal mormorio delle immense acque dell'Adriatico, i dolcissimi gorgheggi del chiurlo, il rossignolo marino, che ti mettono una sì soave mestizia nell'anima, che ti senti accorare, eppure ne hai piacere. E così, bene spesso tutto pieno di queste voluttà, sentivo batter le sei, le otto ore di notte ed ancor trovavami sull'acqua.

Quando venne da me l'Orlando quella sera, eran passati due giorni ch'io non mi poneva in mare impedito dalle nebbie, che in quell'anno frequentissime, avean durato tutto il mese di maggio, e in quelle due notti appunto s'erano alzate foltissime. E per ciò, uscito di casa quella sera, e veduto come l'aria invece era sgombra affatto e lucentissimo il cielo, pensai di mettermi in mare, e saltato in un mio battello che tenevo legato a un piccol molo, in poche sbracciate fui ben lontano dalla riva, e così senza pensarci, tirato da quelle care bellezze, m'innoltrai molto in alto. Non era passata un'ora, quando a un tratto, come se per arte si fosse stirato un gran velone, mi trovai circondato dalla nebbia, leggera però in sulle prime, e diafana così, che lasciava vedere come un chiarore perlato. Fin qui quel nuovo fenomeno mi piaceva moltissimo, ma la nebbia in poco d'ora si raddensò tanto, e fu così folta tenebra d'intorno a me, che temendo di non poter ritornare per quella notte, maledii d'essermi posto in acqua. E speravo soltanto fosse per passar qualche barca di pescatore, che in quelle notti nebbiose colle torcie a vento vanno a cerca d'arzàvole, e stetti aspettando qualche buon incontro. Stato fermo così un pezzo mi parve sentir finalmente alcune voci in lontananza, e poi un batter affrettato di remi. Diedi una voce, e veduto allora che la nebbia si rischiarava e facevasi rossa sempre più, capii che erano le fiamme delle torcie e delle fiaccole, e ch'io era stato inteso. Diedi un'altra voce, finalmente vidi spuntar la prima fiaccola, e una barca, poi un'altra, e un'altra ancora, e molti navicelli. Non erano pescatori altrimenti, ma soldati francesi in gran numero che, veduta la bella notte, s'eran forse anch'essi messi a diporto sul mare. Io non aveva a temer nulla da loro, e senza altro lasciatele passare innanzi mi disposi a mettermi in coda a quelle e tornare a Rimini. Ora, intanto che mi passava innanzi l'ultima grossa barca, mi venne osservata la faccia del Baglione che mi guardò fisso e subito si volse a parlare ad un altro. E non mi era passato innanzi due tese, che fui scosso come da una cupa ed aspra voce, e sulla tolda vidi balzar in piedi, con un movimento rapidissimo, l'uomo istesso al quale il Baglione aveva rivolta la parola, parlar poi subito a quelli che gli stavano intorno, i quali pareva gli rimostrassero qualche cosa con grandissimo calore; e taluni poi volessero trattenerlo per forza. Ma colui, arraffata una torcia di vento, lo vidi dalla barca saltare in un piccolo navicello che gli veniva di costa legato, e strappata la fune, sviarsi da quella e venire alla mia volta. Io vogavo ultimo, perchè il mio battello non venisse percosso, camminando di fianco, da que' grossi remi delle barche, e, per esser solo, non potendo aver la loro velocità, ero rimasto molto indietro. Vedendo allora accostarsi a me quel battello, quantunque avessi un sospetto, ho potuto credere un momento venisse per meglio aiutarmi. Ma quando mi fu presso, la torcia a vento rischiarando la faccia di quell'uomo mi fe' correre un gelo per tutto il sangue: era la faccia orribile del Lautrec.

Costui fece girare lo schifo e lo attraversò al mio. Mi guatò fisso un momento, mi afferrò per un braccio, e mi disse in italiano: Aspetta. Stette poi fermo ed immobile come ad ascoltare il battere dei remi, e le voci e le grida che si allontanavano, lasciò che svanissero del tutto, anche gli ultimi suoni più fiochi e lontani lontani, e quando la nebbia non essendo più attraversata dalle torcie e da nessun altro lume tornò a ravvolgerci nella sua fitta caligine, e il silenzio, un profondo, un orrido silenzio ci circondò da tutte le parti… si volse a me. Per quanto io fossi sopraffatto, per quanto io mi sentissi perduto, puoi credere che io stavo pronto, e aveva impugnata la mia daga grossa e a due tagli. Il Lautrec fermo l'occhio su quella, poi guardò a me, come se esaminasse parte a parte tutta la mia figura. Pareva mi volesse dire più cose ad un punto, ma i labbri tremanti pel furore non gli permettessero di parlare…. Del resto non ti saprei dire come fosse veramente… chè in quel punto io non era bene in me stesso. Ma proruppe poi a un tratto, e con quella sua voce nasale mi disse in francese mille arruffate parole, di cui altro non compresi se non che mi preparassi a morire, che la sua vendetta mi avea ghermito finalmente, che forse poteva esser l'ultim'ora anche per lui, ma in ogni modo non gli avrei mai sopravvissuto… e così grado grado facendosegli più aspra e terribile la voce, mandò nel suo bretone altissime imprecazioni, imprecazioni lamentose insieme e feroci, pareva un tigre ferito… e di slancio si gettò su me furibondo con tutta la persona. Ma, come doveva succedere, la barca gli sfuggì sotto, allontanandosi tanto che la fiamma della torcia si nascose dietro al nebbione, come dietro a un fitto velo, e lui cadde sull'orlo del mio schifo, che a quel peso accresciuto dalla caduta si ripiegò su d'un fianco al punto d'andar sott'acqua. Così in quel primo assalto costretto ad attaccarsi tenacemente al fianco del navicello, colui non potè niente lavorare col suo spadone, ma nè io pure avendo, pel trabalzamento, perduto al tutto l'equilibrio, potei difendermi, e caddi addosso a lui. L'acqua entrò allora nello schifo e, per quanto io fossi sbalordito, m'accorsi che non si aveva ormai più a morir di ferro l'uno per l'altro, ma sì tutt'a due annegati in un fascio, e fu tanta la mia disperazione allora, che colla daga menai più colpi al Lautrec che si riscosse, e intanto che l'acqua gorgogliando gorgogliando finiva di sommergere lo schifo, mi fece pure alquante ferite col taglio dello spadone. E allora, quasi a un punto, era un moto d'istinto? lasciammo ambedue i ferri all'acqua, ed io mi diedi a menar le braccia con una forza disperata e furibonda.

La nebbia non era ormai più rischiarata che da un cerchio rosso e fioco, formato dalla torcia dello schifo del Lautrec che, trasportato dall'acqua stava per scomparire del tutto ed era lontano lontano. Vedi che se fossi anche stato solo era bastante orrore, bastante pericolo per morirne, ma quell'atroce uomo mi veniva d'accosto inesorabile, e imprecava anche con certi muggiti sordi… un pesce cane mi avrebbe dato minor travaglio. Intanto io mi affannava per raggiunger lo schifo di lui che galleggiava in lontananza, e tanto potei fare, che mi vi accostai, nè solo m'accostai, ma potei anche aggrapparmivi agli orli. Respiravo un momento, e fu allora appunto che mi parve di sentire un altro rumor di remi affrettato…. Altre voci…. Mi si allargò l'animo del tutto, e mi credei salvo, mando un grido, uno strillo acuissimo per dare un avviso di me… ma in quella mi sento afferrar per le gambe come da una tenaglia che stringe e morde, e a dar tirate e squassi tanto che le mani lacerate mi si staccarono dagli orli. Il Lautrec era già tutto sott'acqua, nè potei capire come fosse stato, e tirava in giù sempre con forza più tenace. Mi vidi di nuovo, e irrimisibilmente perduto, nel punto medesimo ch'io vedeva prestissimo l'aiuto, poichè molte barche mi si erano già scoperte, barche di pescatori, ed io seguitavo a gridar alto. Ma quando una voce s'udì fra quei silenzi a domandare: Chi è qui? Chi annega qui? io non ho potuto parlar più. L'acqua salsa m'entrava pel naso, e tratto in giù precipitosamente, già mi si velavan gli occhi. Di que' momenti non ti posso dir altro.

Ma tu vorrai sapere in qual modo io sia ancor qui vivo e sano. La cosa è assai facile ad intendersi: a que' pescatori venne fatto riscattarmi. Io mi risvegliai su d'un povero letto, avvolto in coperte di lana, tutto fracido di sudore, e chi mi raccolse mi raccontò poi come, alcuni momenti dopo che avean raccolto anche l'altro annegato che non dava segni di vita, loro si era scoperta una barca di Francesi che pareva vogassero in traccia di qualcheduno, e saputo com'era il fatto, pagarono alquanti fiorini d'oro a' pescatori e condussero con loro il Lautrec. A quanto ne ho congetturato, bisogna che, quantunque costretti dai comandi minacciosi del Lautrec a lasciarlo affatto solo con me, pure, veduto scorrere sì gran tempo, e sospettando, com'era ragionevole, qualche grave sciagura, più che il timore dello sdegno del Lautrec che in vero avrebbe messo sossopra tutto l'esercito, abbia potuto il timore di perdere un così gran personaggio, ed una delle più valorose spade di Francia.