Così non riuscì al Lautrec nè di trarre, per allora, nessuna vendetta di me, nè della duchessa, che s'era chiusa in castello e assai bene fortificata, e due dì dopo, avendo le truppe francesi abbandonato quel paese, anche lui, sebbene per le ferite non potesse reggersi, dovette lasciarsi trasferire in Francia, dove il re lo aveva richiamato, conducendo seco un suo fanciullo di pratica altamente secreta, e intorno al quale correvano per Rimini molte e diverse voci; d'allora in poi più non ebbi ad incontrarmi con lui; ma alla battaglia di Novara, dove la barbuta savoiarda mi ferì a tradimento, subito mi venne in mente il Lautrec, e ho tentato ogni mezzo per cavar di bocca la verità all'assassinio; ma il suo labbro era di marmo e morì senza dir nulla. Allora il dubbio che mi sorse in mente si dileguò a poco a poco, e non sarebbe mai più risorto se l'attentato di ieri non mi avesse fatto ripensare al Lautrec.

Del resto io t'assicuro che un simil fatto ha prodotto in me assai più meraviglia che altro; chè io avrei temuto bensì ogni peggior cosa dal Lautrec, ma da lui medesimo, a corpo a corpo, stimandolo sin qui, come tutto il mondo ancora lo stima, tanto onorato quanto feroce. Ben è vero che la forza dell'odio è prepotente, e può bene avergli fatto cambiare anche il costume, e sprezzare ogni legge di cavaliere; non so poi se in questi tre anni sia intervenuto nulla alla signora di Rimini, ma in ogni modo temo che quel che non è avvenuto avverrà di certo, che quell'uomo, come ho dovuto accorgermi, non dimentica e non riposa.

CAPITOLO IV.

Ma per lasciare una volta quest'uomo, continuò il Palavicino, altre cose mi avvennero in quel torno di tempo, e fu in quell'occasione che per la prima volta potei conoscer dappresso la Bentivoglio. Non ebbi dunque nemmen campo di riavermi dalle ferite e da una violentissima febbre che spesso mi induceva in lunghi deliri, che altre forti e dolorose scosse eran preparate per me. E quando trovandomi bene oramai e avendo risoluto partirmi di Rimini, mi volli recare a ringraziare, com'era dovere, e a prender licenza dalla signora che sempre aveva mandato a prender notizie di me, m'incontrai, mentre metteva il piede in palazzo, in un tale che era suo famigliarissimo, il quale mi dice:—Due mesi fa cotesto palazzo poteva benissimo non avere invidia del paradiso, ma ora è diventata la casa del pianto; e alla signora, che dopo quel che è avvenuto s'è concentrata in se stessa, che non si sa più tanto che si pensare di lei, vennero a far compagnia altri sventurati. Già vi sarà ben noto come i Papalini siensi impadroniti di Bologna, e i Bentivoglio abbian dovuto fuggirne a furia. Ebbene, son qui padre e figlia. Il magnifico signor Giovanni e la Ginevra si son rifuggiati presso la duchessa.—Questa notizia mi fu causa di dolore e di piacere a un tempo, e per tutte le ragioni fu tale insomma, che mi fece risolvere a fermarmi ancora in Rimini. Ebbi a meravigliare però che il Bentivoglio avesse voluto scegliere quel luogo per suo rifugio chè certo non era il meglio adatto, e toccatogli di ciò a quel tale che mi diede l'altre notizie, soggiunse: che il motivo veramente dell'esser venuto colà era tutt'altro da quel che il Bentivoglio aveva voluto far parere, ed ecco com'era la cosa.

Il Bentivoglio sapeva che Giampaolo Baglione, signore di Perugia, non era ancor partito di Rimini, e al medesimo, che vedovo per la terza volta gli aveva chiesta la figlia due mesi prima, ed era rimasto senza risposta, veniva ora ad esibirgliela in fretta e in furia, sembrandogli in quell'improvvisa sua sventura, far grandissimo guadagno, e sperando per quelle nozze confederarsi stretto al Baglione, che era il più potente signore della Romagna e tutta cosa de' Francesi, e poter meglio così tentar l'impresa di ricuperare il dominio della sua Bologna.

In quel giorno, quando entrai nella camera della duchessa, stavan seduti con lei in un crocchio, il Bentivoglio, la Ginevra, il Baglione. Un colpo d'occhio mi svelò come stava l'animo di ciascuno e la Ginevra mi parve così accorata, così spaventata, che io mi sentii tutto commuovere di pietà; e tutto il mondo già sapeva che, per una donna, il dar la mano al Baglione era incominciare una serie interminabile di patimenti e di guai. A te ho già detto come, avendola veduta una sol volta a Bologna, mi facesse tale impressione che la sua figura sempre poi mi comparisse in fantasia. Non era per altro così pazzo ch'io osassi nutrire nemmeno la più lontana speranza! Chi poteva misurare la distanza che interveniva fra me così infelice, così solo, così abbandonato, e così povero, aggiungi, colla figlia di così reverito e potente signore, con quella fanciulla i cui destini parevano avessero a comporsi interamente coi destini di un re?

Ma in quest'occasione mi parve che si fosse immensamente accorciata quella distanza, ed io potessi farmele più dappresso senza che più mi paresse nè audacia, nè pazzia; forse un tale effetto dipendeva da ciò, ch'ella era divenuta così infelice, ch'io sentissi tanta pietà per lei, e che da questa appunto nascesse quella prepotenza d'amore che fa superare ogni ostacolo.

Mi piaceva poi ch'ella fosse la figlia di sì grande e riverito signore, che l'altezza della condizione riflette sempre un gran lume sull'uomo e sui pregi suoi naturali; ma il saperla caduta da quell'alta condizione, la rendeva assai più venerabile agli occhi miei, le aggiungeva uno straordinario, un ineffabile prestigio. Quel misto di miseria e di splendore, quella giovanile bellezza, precocemente sfiorata dagli affanni, produsse in me tale effetto, che io non tel saprei dir qui a parole; e allora pensavo al mio stato, consideravo come anch'io fossi caduto assai basso per l'inesorabile volontà del padre mio, e m'esagerava in mente, e quella prima altezza della mia condizione e quella bassezza presente, e per la prima volta ho saputo confortarmi delle miserie in cui trovavami, non per altro, che perchè somigliavan tanto alla condizione di lei. E mi affannava per persuadermi che il destino avesse espressamente combinata quella parità di sventura, e condotto gli eventi così, che io e quella fanciulla infelice ci trovassimo uniti ambedue nel medesimo tempo e nel luogo medesimo. Ma il veder lì presente quell'uomo osceno ed atroce del Baglione mi dava poi un insopportabile affanno.

E pensa come stesse l'animo mio quando, alcuni giorni dopo, l'Orlando mi parlò dell'angoscie e dei pianti di quella poveretta, e come tremasse della gelosa severità del padre suo e non osasse contraddirgli, e in pari tempo come avrebbe voluto morire piuttosto che darsi in braccio al Baglione. E però un giorno più dell'altro mi andavo sempre più infervorando in quell'amore che doveva essere la mia disperazione e il mio conforto a un tempo. Una sera nei giardini del palazzo della signora, la quale in quel tempo si comportava meco d'una maniera assai strana e impacciata, a me venne fatto di rivolgere alcune parole alla fanciulla, e d'udirla parlare, e si tenne parola della condizione di Bologna, e della loro fuga e de' Francesi, dai quali il padre suo sperava tutto, e rimasi maravigliato della perspicacia straordinaria di lei in cose segnatamente nelle quali le donne non sogliono, per lo più, aver molto intendimento. E più maravigliato ancora quando potei comprendere ch'ell'aveva in pessima stima il nome francese contro l'opinione del padre suo, e mi raccontò una storia mesta d'una giovanetta sua amica che da uno di que' gentiluomini francesi che stavano col Gastone era stata condotta a malissimo termine, onde ne era poi morta di crepacuore, e pensa che tenerezza io sentissi di lei in quel punto che, piena di santo sdegno malediceva quel tristo, e su quel viso fatto rosso dall'ira cadessero ad un tempo le lagrime a dirotta. Egli è a codesti slanci di passione e pietà inestimabili che una donna ti si fissa in cuore, e non te ne uscirà mai più per tutta la vita.

Ma tu vedi come provvedessi alla felicità mia sempre più infervorandomi in quell'amore che non poteva avere che un miserabilissimo fine, per esser le nozze col Baglione inevitabili. Alcuni giorni dopo ho potuto accorgermi di un far contegnoso ed insolito tra la duchessa e il Bentivoglio che mi ha messo in volontà di domandare quel che fosse avvenuto, e seppi poi che la duchessa Elena, a cui disperatamente la Ginevra erasi raccomandata s'era interposta e parlò al padre di lei, e tentò ogni mezzo a persuaderlo perchè non sagrificasse così miseramente l'unica sua figliuola. Ma riuscendo al Bentivoglio nuovissimi que' ragionari, e non sapendo nulla dalla figlia, che mai non aveva osato aprirsi con lui, salì in grandissimo furore e duramente si ritrasse colla Ginevra, che ebbe a passare amarissimi giorni, i più dolorosi della sua vita, ond'io tutt'alterato e commosso, e quasi disperato: Oh che fai tu, proruppi volgendomi a Dio e stoltamente imprecando, colla tua giustizia e colla tua misericordia se permetti che costei abbia a morire di angoscia per la tirannia dello spietato suo padre e se non provvedi a liberarla dalle mani scellerate di quel laido uomo del Baglione. Or senti cosa va a nascere, e va poi tu a negare la provvidenza di Dio infinita.