—Non sai dunque nulla, disse, della patria mia?

—Che?

—Nulla delle sue estreme miserie, nè del flagello onde la Francia ci va percuotendo a sangue e di continuo?…. Mia madre è morta, non lo sai tu?

—Ahi… povera sventurata!… Nulla, nulla io so….

—Morta di crepacuore per cagion mia, d'affanno e di sgomento per le oppressioni di tutti!

La Ginevra che, spaventata, si aspettava di udire dalla bocca del Palavicino qualche grave pericolo che riguardasse lui particolarmente, fu sollevata un poco quando l'udì parlare di una comune sventura. Egli è naturale che le cose risguardanti un fatto generale ci colpiscano meno immediatamente di ciò che batte dappresso le nostre private affezioni; però la Ginevra, abbandonandosi ancora alle prime esaltazioni, si gettò a sedere accanto al Palavicino, godendo quasi nell'intrattenerlo a discorrere di quelle pubbliche calamità, mentre pur ne sentiva un vivo e pietoso interesse.

—Oh rendetemi istrutta di tutto, Manfredo. In questi cinque anni non mi giunse mai nuova di nessun pubblico avvenimento. Lo sapete pure; io era come sepolta viva colà. Raccontatemi dunque tutto da capo.

Il Palavicino, ch'era venuto lì per tutt'altro, s'intrattenne a lungo nel fare alla Ginevra un esteso e minuto racconto dello stato delle pubbliche cose. Essendosi in quel giorno e in quelle ore mille volte cangiati i di lui propositi, prolungando adesso il suo discorso, tentava pure di prolungare le illusioni di una felicità che non poteva sperare, che non gli era lecito desiderare. E la Ginevra medesima, quantunque la dignità e la compostezza delle sue maniere fossero irreprensibili, procurava pure con domande, riflessi e considerazioni di trarre in lungo più che poteva quel dialogo. Del resto, nella condizione in cui ella credeva di trovarsi, la sua innocenza continuava ad essere intera, per quanto si lasciasse andare ai teneri vaneggiamenti di un affetto che mai non erasi estinto in lei, ed ora giustificato e comandato anzi dall'improvviso cambiamento delle cose, era risorto con istraordinaria veemenza.

—Io non so, gli diceva con quei suoi modi soavi, perchè voi non troviate fuorchè sgomenti nuovi guardando nell'avvenire, mentr'io invece non posso che lasciarmi andare ad ogni speranza considerando quanto mi avete detto. Ben m'accorgo che c'è da piangere assai sulle nostre condizioni presenti, ma vedrete pure che Iddio, se ci ha messo alla prova, ci preparerà pure le consolazioni. Intanto, io mi congratulo di quanto avete fatto per richiamare i vostri compatriotti sulla via della ragione e della gloria, e dell'esser voi uscito, con tanto onor vostro, di tanti pericoli, e stiate in aspettazione di operare a pro di tutti e di redimerci da tante miserie. Oh sperate, Manfredo, confidate; è nella speranza, è nella fede che si rafforza il coraggio degli uomini. Ma a proposito di tutte queste cose, io vorrei pur sentire anche il vostro Morone, il quale mi promise di venire a vedermi e non venne mai.

—Il Morone? disse il Manfredo atterrito da quel nome. Ma quando v'ha egli parlato?