—Mi sono incontrata con lui nell'anticamera del pontefice…. Ma perchè tanta maraviglia in voi?
—E che cosa ti ha detto? soggiunse il Palavicino ricomponendosi.
—Oh nulla, furono congratulazioni e semplici parole, bensì mi ha promesso di venir qui, e per verità lo aspettavo anche oggi.—Manfredo tacque, e in quella girando gli occhi per la camera, e fermatili su di un orologio a campana, vide che le ventidue erano passate.
Egli non s'era ancora lasciato vedere dalla duchessa in quel dì, e la lunga assenza poteva dar luogo a sospetti. Gettò alla sfuggita uno sguardo di disperazione alla Ginevra e si alzò… pentito di non aver nulla manifestato, incertissimo di quel che gli rimarrebbe a fare, atterrito che l'ora del matrimonio colla duchessa era imminente, lacerato da mille punte acutissime. Con tutto ciò avea l'aspetto tranquillo… con tutto ciò accomiatossi dalla Ginevra con voce abbastanza ferma.
—Tornerò, le disse.
—Quando tornerete?
—Oh presto, debbo dirti grandi cose, e se ne andò.
Appena fu uscito, la Ginevra (Dio ne saprà la cagione) si gettò in ginocchio e pregò con gran fervore.
Quando Manfredo mise il piede sulla pubblica via, non potè accorgersi che ad una finestra del palazzo di rincontro stava osservandolo il Morone. Un'ora prima erasi recato anch'esso nel palazzo Chigi per parlare alla Bentivoglio, ma dall'uomo di camera avendo udito ch'era con lei il marchese Palavicino, senza metter fuori il proprio nome, pieno di maraviglia, avea dovuto partirsi.
Siccome esso tenevasi certo, per non aver mai perduto d'occhio il Palavicino, che in tutti quei giorni non erasi mai recato dalla Ginevra, lo dovea necessariamente mettere in gran pensiero e in un gravissimo timore il sentire che Manfredo, per la prima volta erasi presentato a lei il dì appunto delle nozze.