—Ciò è verissimo.
—Questi tirannetti da feudo, sentine di vizj e di nefandità orribili, più dannosi della gramigna in un prato, han bisogno di una falciata ben netta che lor seghi il collo in una sol volta. Dieci anni fa si diceva ogni gran male del Valentino; ma a me, che ne ho sentito l'odore da lontano, non parve poi che portasse così gran fetore, e il ferro e il fuoco, a cui egli ricorreva così spesso, era buono a qualche cosa, credetelo a me. Ma tornando a noi, se il Bentivoglio, che in fondo è un galantuomo, si collegasse mai coll'atroce Baglione, papa Leone se ne resterebbe coi desiderj. Allora questo paese nostro anderà tuttoquanto sossopra, e i frantumi rimarranno nelle mani di coloro che, armati fino alla gola, se ne stanno a riva per godersi lo spettacolo del nostro naufragio. Ecco perchè desidero che il Palavicino sposi la Ginevra, e che nasca discordia tra questi due reicoli, che son quelli che più contano in Romagna. Son cose ben leggiere, leggiere al punto, che si perderanno inavvertite nella farragine di tanti avvenimenti; ma quando le cose saran condotte in modo che il Bentivoglio abbia sempre a correre in su ed in giù tra il desiderio e la speranza, e a guardar sempre da lontano la cupola del suo San Petronio; che il Baglione abbandonato a sè solo, abbia alla fin fine a piegar collo e ginocchio, e l'acqua perugina filtri, corrodendo, tra questo semenzajo di tirannetti, da' quali i Francesi ricevono tanto ajuto, vedrete che il papa prenderà il suo partito e virerà lui stesso la nave allora, e questo giovin re, così alterato dal vin di Provenza, pagherà forse ben cari i sorrisi, che il santo padre gli fa adesso. Dall'istante io temo tutto. Dall'avvenire qualche cosa attendo. Sperate.
—Per verità, messere, disse allora il duca di Bari, io tremo vedendo che nel Manfredo collocate le vostre speranze.
—Eppure se mi verrà fatto di stornar le nozze del Baglione colla Ginevra, io mi gioverò assai bene di questo giovane. In tutta Milano, come v'ho detto, non v'è altri che più vi sia affezionato di costui, e non so quel che farebbe per il maggior vantaggio della causa vostra.
—Ed è per questo che mi pone in apprensione grandissima il vederlo in così dura e pericolosa condizione, perchè, posto anche ch'egli abbia a sposar la Ginevra, non vedo per questo ch'egli possa essere al sicuro di nuove sciagure. Poco fa mi raccontò del Lautrec e della duchessa Elena, signora di Rimini; e che da questo strano intrigo non abbiano ad uscirne altri, è quanto ragionevolmente non si potrebbe credere. L'attentato d'jeri notte intanto n'è un tristo indizio.
—Pur troppo, o duca, gli è chiaro che il Lautrec ha pagato gli assassini… Ma adesso rechiamoci dall'eccellentissimo fratel vostro, che stassera mi è caduto d'animo affatto, e si vuole confortarlo.
CAPITOLO V.
Intanto il Palavicino, uscito dal castello di Porta Giovia, messo a un piccolo trotto il cavallo, passato per quelle vie bistorte tagliate a sghembo, senza livello, a piani ineguali, che allora venivan tutte distinte dal comune appellativo del Baccio, casupole e catapecchie della più minuta e lurida accozzaglia di plebe, si trovò presto nella vetusta contrada dell'Orso-Olmetto. Qui gli giunse all'orecchio un rumore, un frastuono insolito, e traendo dietro a quello, dato di sprone al cavallo e pervenuto al canto estremo di quella contrada, vide gran moltitudine di gente insaccarsi nella vicina di Brera del Guercio. Assai sollecito di sapere quel che fosse, arrestò un momento il cavallo, e ad uno che gli veniva accanto pedestre domandò la causa di quell'insolito movimento.
—Sono i tôffi e i caramogi di Porta Tosa, gli rispose il buon uomo, usciti dalle puzzolenti lor tane, a trarsi dietro tutta la folla degli altri birboni, e Dio sa che sconquasso saran per fare stanotte.
—È un pezzo che sono in volta costoro?