—Tutto è perduto! egli replicò poi con voce profonda e come se parlasse tra il sonno, e poco dopo aprì gli occhi e si alzò. Il primo moto fu quello di afferrar pel braccio chi gli stava presso coll'ultima forza che gli rimaneva; ma riconoscendo i volti: Perdio, gridò ansioso e anfanato, accorrete, accorrete tutti, il marchese è tradito!… è perduto!…

Ciò dicendo tentò di alzarsi, e gli riuscì con grandissimo stento; e così sorretto dai pietosi compagni d'armi pressochè tutti lombardi, lentamente ascese la montagna per discender poscia nella valle, ov'era il grosso della gente.

Il conte, per la molta perdita del sangue, era oltremodo affievolito; tuttavia, riavutosi dalla prima angoscia, tanto più degna di maraviglia, in quanto aveva potuto vincere la sua natura medesima, narrò il fatto con tale efficacia di parole, che per tutto il campo fu una conflagrazione repentina, insolita, che giunse fino al furore tra i militi alemanni, percossi dalla vergogna che un loro compatriotta si fosso bruttato di un così infame tradimento.

Ma che valevano le pietose proteste, il dolore, lo stupore, lo sdegno, il desiderio di vendetta? Come si poteva salvare lo sventurato Manfredo? Come uscire con tutta la gente da quelle angustie, e penetrare in Como, e far strage di chi aveva comandato un così atroce tradimento? Come continuare le paghe! Come in tanto intreccio di cose, avviluppatesi più che mai quando pareva dovessero terminare, trovare un consiglio, un rifugio, un mezzo potente per riparare a tanta sciagura! Il conte osservò tutte queste cose di un lampo, misurò tutta la profondità dell'abisso, e, da che viveva, perdette per la prima volta affatto quella fiducia così piena di trovati e di risorse, disperò e si sentì prostrato e avvilito e incapace a pensare non che ad operare.

In questo stesso dì giunse l'Elia Corvino da Cremia, dove, per preghiera del Palavicino, erasi recato a confortare la Ginevra, e di mestissima ch'ella era, l'aveva lasciata tanto quanto lieta. Accortosi che nel campo era un gran pericolo, da principio non seppe che si pensare, poi quando udì la grave sciagura rimase come smemorato.—Povera Ginevra, esclamò, qual colpo sarà questo per lei!!—E si recò subito presso il conte Mandello il quale s'era messo a giacere sul suo letto di paglia, non consentendo maggiori comodi le angustie delle circostanze e dei luoghi.

L'Elia e il conte si guardarono a lungo senza parlare.

Non v'ha spettacolo che più colpisca dell'angoscia e della prostrazione di chi naturalmente è audace e giocondo e noncurante. E una tale commozione si fa ancora più grave quando, ritornando alla causa, si considera quanto ella dev'esser stata terribile se potè gettare la confusione anche colà dove era sempre stata sconosciuta.

E fu terribile davvero.

—Ma e non pensiamo a far nulla? disse finalmente l'Elia dopo avere aspettato invano che il conte parlasse il primo.

—-Tutto io avrei fatto, rispose allora quasi dando in furore il Mandello, se questa ferita non mi avesse fatto cadere; quantunque in due soli e quasi senz'armi contro quattro armati d'archibugio e coperti di ferro dalla testa ai piedi, pure li avremmo schiacciati, per la fede di Dio, ed io avrei fatto miracoli per salvare Manfredo! il buon Manfredo! così è perduto!…