Intorno alla tavola erano quattro seggiole alquanto smosse, nelle quali era manifesto che un momento prima ci dovean stare adagiate quattro persone, e gli oggetti che vi erano ancor dimenticati davano a divedere che quelle quattro persone dovevano appartenere al bel sesso. Il Palavicino, entrato in tempo per vedere a scomparir lesto lesto lo strascico d'una veste dietro una porta che subito erasi chiusa, s'era messo a sorridere guardando in faccia al conte, il quale fece in prima, a quell'atto, un volto assai significativo, poi soggiunse:

—Potevano benissimo star qui; ma forse, all'abito scuro, t'hanno scambiato pel sagrista di San Martino, che è un santo, ed ora ci scommetto che quelle care pazze ti stanno a dar la baia; ma bisogna compatirle.

—E anche tu sei sempre pazzo a un modo, caro conte.

—E tu sempre savio, e al di là di quanto fa bisogno a' nostri dì.

—La propria natura uno non può cambiarla.

—Benissimo detto!…. Ma io vorrei sapere la cagione di questa tua visita in ora così insolita.

—Mi rincresce che tu non l'abbia già indovinata.

A queste parole il conte Galeazzo guardò fisso il Manfredo, e stato così come sopra pensiero:

—Ah ah! disse; va benissimo… ora mi sovvengo! E crollando il capo e ridendo: Ma… prima però, hai da bere un bicchiere con me, chè questa è tal faccenda assai più importante di quella che tu di'. È un vino che bolle e frizza e fa il diavolo, ed è fatto apposta per guarire il dolor di capo.

Così dicendo colmò due bicchieri, ne presentò uno al Manfredo mentre se lo faceva seder vicino, vuotò l'altro tutto d'un fiato, e continuò: