—È già dal tredici, caro Manfredo, ch'io non prendo più arme, e al Besozzo maestro, che tien sala qui a due passi da me, non è mai riuscito in due anni, farmi prendere nè fioretto nè stocco; però non so bene s'io potrei fare il debito domani quando per caso volessi venire con voi a codesta scaramuccia.
—Non siam più che una cinquantina, Galeazzo, ed è invero una gran vergogna! Ma se tu fossi mai per mancare, più non saprei che dire di questi tempi così scaduti.
—Tempi scaduti certo. Ma!… non so cosa dirti. Io per me non ho polmoni che bastino a metter aria in questa vescica così vizza e screpolata, e quando un corpo è accidentato, altro che ortiche ci vogliono. E poi…. questo duca Massimiliano…
—Lascia il duca Massimiliano… e pensa alla sola causa sforzesca e al duca di Bari, e più che tutto, a que' scomunicati braconi, che faranno il diavolo, e peggio, se mai venisse lor fatto di rimettere il piede qui.
—Tu parli bene; ma io tengo che ci verranno senz' altro i braconi.
Il Manfredo aggrottò le ciglia, e soggiunse:
—Il cardinale di Sion e i suoi Svizzeri sapranno però far testa, e noi….
—Noi?…. rispose il Mandello ridendo e crollando il capo e vuotando a metà un altro bicchiere.
—Che vuoi tu dire?
—Nulla voglio dire….Del resto, quando in duomo batterà campana a martello io sarò a cavallo e verrò dove voi andrete.