—Volesse Iddio che vincesse il re.

—Io l'ho pregato perchè volesse il meglio. E tornarono a tacere, e un'altr'ora misurò la sfera dell'orologio dell'abbazia, senza che essi mai rompessero il cogitabondo silenzio.

CAPITOLO XI.

Questo capitolo doveva esser tutto occupato da una lunga descrizione della battaglia di Marignano fatta con tutte le regole richieste dai precettisti, ed anzi, avendo avuto l'autore il valido ajuto d'un professore di rettorica, già amico del benemerito Elia Giardini, si poteva esser certi che a quella descrizione non sarebbe mancato una virgola. Ma una combinazione che potrebbe dirsi fatale ha fatto sì, che i fogli che la contenevano andassero smarriti, non si sa come. Dopo aver fatte le più diligenti ricerche, e sempre invano, trovandosi l'autore nell'odiosa necessità di rifare il suo lavoro, e sentendosi venir la bruttura, non solo ha pensato di ommettere la descrizione, e di chieder perdono dell'omissione, ma sì anche, per suo conforto, s'è affannato a persuadersi sia stata quasi una fortuna il non averli trovati, per due buone ragioni: l'una, che in faccia all'arte, supposto che si duri nell'ostinazione di non vedere che l'arte nuda in un romanzo, una descrizione di battaglia, è tal cosa, che oggidì potrebbe far venire la muffa al naso quand'anche uno vi recasse l'abilità di Omero; l'altra che, in faccia alla storia, le cause che producono una battaglia, e i risultati che ne emergono, sarebbero le sole cose indispensabili a conoscersi; nel caso nostro poi non importa gran fatto il sapere, che Francesco abbia dormito su un cannone nell'intervallo della mischia, che il maresciallo Trivulzio abbia fatto dar l'acqua alla campagna ed inzaccherate le gambe dei poveri svizzeri, ch'egli stesso, per salvare un suo paggio, abbia corso imminente pericolo della vita, che il re Francesco abbia combattuto come un leone, cosa che del resto abbiam veduto fare a molti fatui nerboruti, in cui l'acquavite teneva luogo di coraggio e di virtù; che il Palavicino abbia fatto tutto quanto può fare un uomo; che sul campo sien restati seimila morti, e una quantità innumerabile di feriti, che in fine il Trivulzio l'abbia qualificata battaglia di giganti. La notizia che ci preme veramente, e che veramente ci addolora, è quella che gli Sforzeschi rimasero sotto, e che re Francesco per quella battaglia fu padrone del Milanese.

Considerando poi che ci resta a percorrere un lungo, disastroso e intricato cammino, ci accorgiamo adesso che fu un vantaggio non disprezzabile l'aver potuto dilungarci dalla strada maestra e prendere per una tale scorciatoja.

CAPITOLO XII.

Dopo due ore d'attenzione, un acuto squillo ferì l'orecchio del
Bentivoglio.

—Illustrissimo, disse allora l'abate, possiamo discendere, questo è il messo senza altro.

—Ho fiducia che costui mi debba recare la buona nuova, disse il
Bentivoglio.

Lo squillo tornò a farsi udire vicinissimo, e allora discesero. Non avevano posto il piede sul primo piano di quella scala che mette nella chiesa, che ai ripetuti squilli della tromba, e allo scalpito incalzato d'un cavallo, tutti si ridestarono gli echi dell'abbazia.