—Dunque, fa pure il tuo comodo, ch'io son qui a tenerti la staffa, e oggi mi piaci più ancora del solito; ma dà fuori nettamente il pensier tuo… che allora potrò forse battere anche le mani.
—A far ciò aspetterai ad opera terminata, che nel futuro non si può leggere correntemente. Ed ora non mi occorre altro, se non che tu ritorni domani per tempissimo a San Donato, dia ad intendere qualche grave pastoja al chirurgo, perchè s'induca a lasciar venir qui il Palavicino; e in quanto a lui, ti metta a confortarlo di tutte quelle speranze che ti possono venire in mente, tanto perchè gli venga qualche coraggio e si risolva. Domani poi, quand'egli sarà arrivato, mi recherò io medesimo da lui, e quel che sarà da farsi, si farà.
Fermi in questo, passarono insieme il resto di quella sera, e poi si divisero, per mettersi poi a nuove faccende appena spuntasse l'alba del di prossimo.
Nel qual giorno, non ci fu milanese, che appartenesse ad un'arte, il quale potesse attendere pacatamente a' suoi lavori. All'alba, quasi tutta la popolazione trasse al corso, alla porta e alla strada Romana. I patrizj, dando magnifico spettacolo di sè a cavallo, in carrozza, in lettiga, si recarono incontro all'esercito francese per essere i primi a salutare i baroni, i cavalieri, i conestabili di Francia, coi quali avevan già stretta amicizia prima che tornasse Massimiliano Sforza, ed ora eran solleciti di riappiccarla più saldamente di prima. Il popolo minuto s'era sparpagliato pe' campi, non attratto che dallo spettacolo nuovo, dispostissimo a sfoggiare il suo satirico umore sui nuovi vegnenti, sulle loro facce, sul colore dei loro capelli, sulla forma dei loro nasi, sulla foggia delle loro vesti, delle loro armi. I caramogi, i monelli tutti i membri insomma della più sucida accozzaglia, s'erano appollajati sugli olmi come arzàvole che stiano riposando le ali affaticate, prontissimi, se mai desse l'occasione, a gettare qualche sassata furtiva sulla borgognata di qualche caporale dell'esercito francese.
Appena che la città di Milano ebbe finito di ricever soldati e soldati a tale da provar quasi gli effetti della replessione, a' Milanesi non mancarono altre occupazioni.
Sul corso di porta Romana, lì presso alla contrada di Rugabella, dov'era, e dov'è tuttora il palazzo del maresciallo Trivulzio, quattrocento uomini, per ordine ed a spesa dei principali patrizj, stavano alzando degli impalcamenti al fine d'allestire, per la notte di quel giorno medesimo, vaste sale posticcie, a festeggiare l'arrivo de' Francesi con danze e luminarie che fosser degne di loro.
Così il popolo raccolse qualche diletto nell'assistere alla prodigiosa prestezza, con cui quello ampio tentorio, quelle colonne e quelle sale vennero, a così dire, improvvisate.
CAPITOLO XIII.
Era quell'ora che va innanzi all'incominciamento di una festa notturna, ora nella quale tutta la città è immobile all'esterno, e il massimo affaccendarsi va fervendo nell'interno dei signorili palazzi, e segnatamente negli intimi gabinetti delle donne patrizie. Ora solenne in cui la vanità femminile è così assorta nelle proprie cure, che non patisce di essere interrotta per un momento, e ogni altra faccenda, per quanto seria, deve dar luogo a quella importantissima dell'abbellirsi. Ora in cui i desiderii e le speranze s'introducono in folla nei profumati penetrali a tentar fanciulle, spose e matrone, e la coscienza di una bellezza facilmente trionfatrice incoraggia la fantasia a fingere, a vagheggiare avventure, di cui tra poco si getteranno le prime trame. Ora inoltre d'impazienze, di dispetti e d'ire, in cui il fluido bilioso, sempre dissimulato in pubblico dalla calma, dall'ingenuità, dalle care grazie della forma, si sprigiona a un tratto in privato, e si riversa sull'incolpabile ancella; e in cui la quarantenne galante, memore delle molte battaglie guerreggiate, e de' trionfi innumerevoli, impallidisce all'improvvisa scoperta di una ruga che le raggela nell'anima ancora giovanile i nuovi desiderii e le speranze nuove. Ora insomma, in cui la vanità femminile si manifesta così a nudo, che è una vera fortuna per noi il non potere aver libero accesso a que' misteriosi gabinetti, per noi che, in ciò almeno, amiamo perpetuare illusioni, piuttostochè porre il dito sul vero.
Pure la sera del 12 settembre, se in tante camere dorate, le più soavi grazie, le più cospicue bellezze delle milanesi patrizie, stavano liete ed ambiziose a consultarsi allo specchio; una ve ne era in cui i profumi delle odorate essenze, gli abbigliamenti più sfoggiati di sposa, lo squisito apparato con cui la naturale bellezza suol essere accresciuta dall'arte, troppo crudelmente contrastava colle angoscie disperate di una giovine creatura.