«Soltanto il vecchio Candiano mostrossi impassibile a tanta sventura, e mi pare ancora vederlo fermo e ritto colla sua gigantesca figura sulle scalee di palazzo colle braccia incrocicchiate sul petto, starsi ad osservare il convoglio delle gondole mortuarie che gli passavano innanzi.»
«E Alberigo Fossano?»
«Ti ricordi di Alberigo Fossano?»
«Me ne ricordo assai bene; perchè è difficile a dimenticare il valore del suo braccio e la virtù del suo canto. D'altra parte praticava assai spesso nella casa dell'ammiraglio, e il dì che il bel corpo della Valenzia fu trasportato sulla bara, io lo vidi piangere come piange un ragazzo.»
«E dopo ch'ella fu seppellita a San Cristoforo della Pace, dove sono le tombe dei Candiano, quel giovane cavaliere non fu mai più visto in Venezia.»
Ad ascoltare questi discorsi s'era avvicinato al crocchio quell'Attilio Gritti che già abbiamo conosciuto quando metteva il piede in palazzo; e sentito parlare di Alberigo Fossano,
«Amici,» entrò a dire, «se mai vi piacesse saper la cagione del gran pianto di quel povero Lombardo, ch'io pure mi ricordo benissimo, vi dirò ch'egli ebbe la sciocchezza d'innamorarsi di Valenzia. Sì, signori, quel povero cavalieruzzo che altro non possedeva al mondo che la spada e il suo liuto, ebbe l'ardire di guardare in volto ad una figlia di San Marco. Ditemi voi se si può dare di peggio. Ma se questo mistero mi si fosse palesato prima che quel buon giovane si partisse da Venezia, io gli avrei fatto uscire del capo tanta pazzia.»
«Un duello m'imagino, com'è uso tuo.»
«E presto l'avrei mandato a ritrovare la bella Valenzia. Ma chi sa? dice il proverbio—che chi non muore si rivede,—e s'egli m'avesse a capitare tra' piedi un'altra volta vi faccio sicuri che allora farò quello che non ho ancor fatto.»
«Era voce però che la lama della sua spada fosse di durissima tempra, e che il braccio d'Alberigo non cedesse alla sua lama.»