Il tonfo del remo intanto veniva sempre più appressandosi. Al fine comparve distinta una gondola che volgeva il suo corso direttamente al palazzo.

«A quest'ora sarà tornato,» diceva una voce: era quella d'Alberigo
Fossano.

Quando erasi spiccato da Candiano per andare in traccia del Visconti nelle cui mani aveva sentito trovarsi Valenzia, si recò subito di fatto al palazzo di colui. Ma impaziente d'indugio, non avendovi trovato nessuno, si tolse di là, e andò per un pezzo vagando per le lagune quasi aspettando che il caso gli dovesse far trovare il Visconti. Tornato una seconda volta al palazzo di costui, aveva visto colà le barche della Republica, nè aveva osato avvicinarsi. Ora vi ritornava, e per sapere dal Visconti che fosse avvenuto di Valenzia e per vendicarsi di lui.

In quell'intervallo erasi recato al proprio alloggio per armarsi meglio e per condurre con sè il servo che s'imaginava gli dovesse tornar utile a qualche cosa.

Discese dalla gondola, salì le scalee di quel palazzo, e picchiò risolutamente alla porta. È inutile il dire che nessuno rispose.

La speranza di trovare quell'abborrito suo rivale, di trovare Valenzia, speranza che neppure la vista delle barche della Republica in quel luogo non aveva potuto sradicare del tutto, gli avevan messo addosso una balda esaltazione. Ma come s'accorse che non v'era nessuno in quel palazzo, sapendo che il Visconti non era colui da restarsene queto e celato per timore di lui, sentì chiudersi il cuore ad ogni speranza, ad ogni vendetta, a tutto; e rimase là stupidito e percosso.

«Era ben d'aspettarsi che il Visconti non sarebbe tornato qui,» disse il servo.

«Taci, taci,» rispondeva fuor di sè il Fossano. Gli era insopportabile il pensiero di durare lungo tempo in quell'amara incertezza senza avere a far nulla, senza poter far nulla; e se in quel punto avesse dovuto gettarsi sulla punta di dieci spade, l'avrebbe fatto volentieri piuttosto che rimanersi in quella spasmodica inazione.

Stato colà per qualche tempo irresoluto così, alla fine discese ancora nella gondola.

«Aimè,» disse, «temo pur troppo che tutto sia perduto. Or faccia Iddio ch'io possa sapere almeno quel che avvenne di quella mia poveretta…» e non potè finire, che un impeto di tenerezza gli aveva già trasmutate le parole in pianto.