E già col remo aveva data una spinta alla gondola, e senza sapere quel che si facesse radeva gli scaglioni del palazzo, quando nel momento che stava per prendere il largo nella laguna, al servo venne veduto come un fioco barlume di luce che guizzava a non molta distanza da loro, ed era la lucerna del Visconti, che, quantunque rovesciata, tuttavia mandava ancora una fiamma irresoluta. Dice al suo signore:

«Che cosa può essere quel fuoco?»

Il Fossano vi getta un'occhiata:

«Sia quel che vuol essere, a me non ne importa nulla; andiamo;» e tirava innanzi. Ma non poteva distogliere lo sguardo da quella fiamma: ed essendo vicina a spegnersi, divampò in quel momento più forte, e rischiarò la veste azzurra di Valenzia.

«Sì, c'è qualche cosa,» gli tornò a dire il servo.

«Per Dio, pare anche a me,» e senza saperne il perchè, a quella vista il petto gli volle scoppiare sotto il giustacuore.

E colla gondola girò intorno al palazzo finchè pervenne a quel punto.

La fiamma continuava ancora a mandare dei guizzi irresoluti e intermittenti, di guisa che quel luogo desolato ora era buio e tetro come la notte, ora era rischiarato come da un lampo fuggitivo. Il bel corpo di Valenzia steso colà colla testa piegata da una parte, con quelle umide vesti che aderivano alle membra, apparve un momento spiccato in mezzo a quella scena deserta. Il Fossano in prima vi gettò un'occhiata, e quasi per una forza d'istinto volse tosto la faccia altrove agitatissimo; ma quasi nel medesimo tempo tornò a volgervi gli occhi stravolti, e prorompendo in un grido che dovette sentirsi a molta distanza, cadde addosso al servo, che pure rimase atterrito a quella vista, a quel grido.

E il servo toccò il corpo di Valenzia. La scossa avendo fatto muovere un braccio della medesima, il Fossano balzò a quella vista tutto rimescolato, e dalla gondola saltato a terra si gettò sul corpo morto, e dileguato quel raggio di speranza che gli era balenato in pensiero, ricadde ginocchioni più costernato, più percosso ancora di prima, tenendo stretta la bianca mano di lei. Allora, volgendosi al cielo con un'espressione che destava terrore insieme e pietà,

«Oh, che t'ho io fatto?» disse, «che grave colpa è la mia? Quai delitti, quali orrori ho io commessi perchè tu debba straziarmi così?» E stringeva le pugna squassandole per aria, ed a mezzo e fra i denti affollò alcune parole di bestemmia. Se non che inorridito tacque, e diè un tremito per tutte le membra facendo tali moti che non si possono descrivere. Finalmente, quasi che in quello scompiglio straordinario di pensieri volesse tentare un partito, si alzò sui due piedi, ma ricadde quasi nel medesimo tempo sul corpo di Valenzia.