Il senator Barbarigo, chiusa allora la porta della camera a chiavistello,

«Siamo soli,» disse al Malumbra, «ora tu puoi parlare liberamente.
Raccontami tutto;» e si gettò a sedere su di un ampio seggiolone.

«Prima vorrei pregare la signoria vostra illustrissima a farmi degno di dirle due parole con libertà.»

Il senatore gli accennò che parlasse.

«Io so che la Serenissima Republica dà trecento ducati di premio a chi sa svelarle alcuna cosa di grave importanza.»

«E tu avrai i trecento ducati dalla Serenissima, e qualche cosa di più ti verrà dato dalla mia borsa particolare. Ti dirò poi quando tu debba presentarti innanzi al consiglio dei Dieci.»

«Va bene, ora udrete da me tali cose che in mille anni mai non avreste imaginate le simili.»

Erano le ultime ore della notte, le sole ore di profonda quiete in Venezia. Il vecchio Barbarigo, colla testa china e colle mani incrocicchiate sul petto, si pose ad ascoltare le parole del Malumbra.

Siccome questi nel fare il suo racconto dovette di ragione tacere assai cose che il Barbarigo già sapeva, ma che per la chiara intelligenza del tutto, al nostro lettore deve importar di conoscere, così noi medesimi ci faremo a narrare la storia del fatto, al quale non ci sovviene d'aver trovato mai caso che rassomigli in alcuna parte; che se dessa parrà un po' strana e maravigliosa, preghiamo il lettore a non volerla poi tacciare d'inverosimile, ed a considerare in vece che ci fu tramandata da un cronista contemporaneo agli avvenimenti che imprendiamo a narrare; che appunto perchè alquanto maravigliosa, fu scelta ad argomento di queste pagine, non mettendo conto di raccontare ciò che siam usi a vedere in ogni incontro della vita comune; che l'essere il fatto straordinario, e l'esservi implicati uomini d'una tempra per certo qual modo straordinaria ci aprirà forse il campo a scoprire alcun nuovo rapporto tra le cose di questo mondo ed a svolgere qualche piega intentata dei cuore umano.

II