Del culto poi delle arti belle (esse pure sicuro argomento di civiltà) fanno fede pur sempre, il celebre altar di S. Jacopo di bassi rilievi d'argento, che, con la Sagrestia de' belli arredi, segnano dugent'anni del buon tempo dell'orificeria, de' ceselli, de' nielli e di smaltature. Il quale altare dall'orafo cittadino Ognabene, e da altri si cominciò ad arricchire di pregiati lavori fino dal 1287. Aveva dipinto in cattedrale il pistoiese Manfredino d'Alberto, che adornò San Michele di Genova nel 1292, e l'altro pittore e mosaicista Vincino che lavorò nel Camposanto di Pisa. Quindi son ricordevoli, il palazzo del Comune ed alcuni bei templi: le sculture poi dei pergami, d'un Guido da Como; le mirabili d'un Guglielmo; e le quasi uniche d'un Giovanni, l'uno e l'altro pisani. E se si pensi che queste opere sorsero le più sul finire del secolo XIII, e appresso, in una piccola città, fra le lotte della civiltà e del dispotismo, fra i corrucci più fieri de' cittadini divisi, sono anche oggetto di maggior meraviglia. [pg!15] A queste prove di civil governo aggiungi gli Statuti pistoiesi, che furono de' primi in Italia (circa il 1117) a distruggere i privilegi feudali, a recare fra i cittadini una più equa ripartizione di diritti: infine i belli ornamenti della propria milizia.

Le quali istituzioni, degne invero di forte e libera gente, avrebbero assicurato a Pistoia le più prospere sorti, se il mal seme, sparso prima in Firenze pel crudo fatto de' Buondelmonti, non avesse prodotto entro di essa e nelle terre vicine l'amaro frutto della discordia.

In Pistoia di questi tempi primi a insorgere e parteggiare con nuovi nomi furono i Cancellieri; sopra gli emuli Panciatichi potenti già per dovizie acquistate con la mercatura, per uomini d'arme, chè ne contavano lino a cento, e diciotto cavalieri a spron d'oro, per grandigia e per ambizione di dominio. Rifugge l'animo a ricordare le feroci rappresaglie, prima fra le dette casate le maggiorenti in città, insorte poi fra una medesima parentela, intendiamo fra quella de' Cancellieri. L'aspra vendetta del taglio d'una mano presasi da uno di loro sopra un giovinetto parente, dal quale innanzi per rissa un figliuolo dell'altro era stato non gravemente ferito: vendetta tanto più cruda quanto che il feritore era venuto a chieder perdono agli offesi; fu cagione che la detta casata col nome di Bianchi e di Neri (così detta o dai nomi delle madri stesse, o dai colori che portavano in guerra, o da qualsiasi altra cagione) si dichiarò avversa e divisa in cotal modo, che trassero seco i cittadini d'ogni ordine o da una parte o dall'altra, e fieramente s'inimicarono.

Tutti ora a Pistoia come a Firenze si dissero Guelfi, ma nel fatto con diverse intenzioni, quelle, cioè, di far risorgere più violenti gli sdegni fra nobili e popolo. Di qui la suddivisione dei Guelfi di Pistoia in Bianchi e in Neri, e questi con propri capi ed insegne. Ma feroci e temibili tanto, che i capisetta bisognò incontanente bandirli a Firenze. I Bianchi, poichè furon vinti, cercarono aiuto colà presso dei Ghibellini, e vi trovaron parteggiatori nella famiglia dei Cerchi: i Neri unitisi a' Guelfi, in quella de' Donati.

Però questa fazione de' Bianchi e de' Neri non è a credere, come da alcuni fu asserito, essere stata la favilla che [pg!16] suscitò la fiamma delle discordie di Firenze. Bisognerebbe avere obbliato le vecchie ire personali di quei cittadini fin da quelle de' Bondelmonti e degli Amidei; la superbia dell'antica nobiltà già alle prese con la gente nuova: l'una capitanata da Corso Donati, l'altra da Giano della Bella; e di qui sino a quest'anno le rappresaglie, le uccisioni, gl'incendi; e per fine la spedizione violenta degli usciti contro la città loro; spedizione che, sebbene fallita, pose il colmo alle divisioni. Esse eran già all'estremo fra quelle mura, quando i fatti di Pistoia vi s'immischiarono. I quali, secondo che rilevasi da Dino Compagni e dal suo moderno illustre biografo e commentatore, Carlo Hillebrand, altro non furono che una suddivisione de' Guelfi, e un episodio di quella feroce epopea di sciagure italiane, che dopo dieci anni non si udì più ricordare, perduto nei primitivi nomi di Ghibellini e di Guelfi. Terribile lezione pur sempre pei popoli bramosi di libertà, perchè serbino concordia; se pongano mente che mali indicibili procacciassero allora le divisioni d'una sola famiglia!

Alla fazione de' Neri s'accostarono tutti i Guelfi aristocratici: a quella dei Bianchi i Guelfi popolari: quelli sostenitori delle pretese feudali; questi bramosi di conservare la loro libertà democratica. Parteggiavano co' Bianchi in Firenze gli uomini più notevoli per nobiltà di natali, per indole buona, per ingegno e sapienza. Un Guido Cavalcanti, gentile poeta; l'intemerato storico Dino Compagni; oltrechè l'astrologo Cecco d'Ascoli, i verseggiatori Guittone d'Arezzo e Jacopone da Todi: lo storico Giachetto Malespini, il giureconsulto Donato Alberti, il legista Petracco; e in fine, a porre in fama la schiera, Dante Alighieri.

Stavano all'incontro pe' Neri molti de' popolani con a capo Corso Donati; i Frescobaldi, i Pazzi, i della Tosa. Questo rinnovarsi dell'antica lotta, benchè per breve, ma più violenta, non però fece sì che le sette, invocando i simboli di parte del papa o dell'imperatore, parteggiassero con loro e per loro. I nuovi nomi non furono che una parola d'ordine, cui rispondevano per ravvisarsi le famiglie nemiche. Si accostavano di preferenza a quella fazione d'onde speravano [pg!17] maggior beneficio, o temevano minor danno. Infine, per avervi man forte a schiacciar l'avverso partito escludendolo dagli onori e dai beni della repubblica per ottenerli essi stessi. E infatti, per l'assenza dall'Italia e per l'abbandono dell'imperatore, i Guelfi, non più come un tempo popolari tutti, ma parte ora aristocratici, riuscirono in ultimo a prevalere. E ciò perchè aiutati da papa Bonifacio che da Roma potentemente li favoriva, tanto da mandare un venturiero di Francia a capitanarli, e a far quel gran male che poi diremo. E soprastarono anche per altra ragione. Perchè gli Spini di Firenze che eran banchieri del papa e altri aderenti Neri, allora siccome sempre, nel temporale governo lo circuivano, e volentieri per loro utile lo secondavano. Si ebbe un bel chiedere a Bonifazio s'interponesse a concordia: quella sua indole violenta all'uffizio di paciere non s'affaceva gran fatto. Nondimeno inviò a tal uopo a Firenze il cardinal d'Acquasparta. Inutilmente però. I Bianchi avevan già occupato il governo: e temendo che la corte di Roma abusasse de' poteri che dimandava per abbassarli, rifiutarono al cardinale di ridarsi in balìa. Ed ei sì partì e la città interdisse.

Allora la signoria di Firenze opinò di poter conciliare senza esterno intervento col porre a confine i caporali d'ambe le parti. Ma i Neri di subito con Corso Donati andarono al papa, e lo incitarono contro a' Bianchi, e, come gli chiamavano, contro a' cani del popolo per abbassarli, e favorire la nobiltà. Or come a Bonifazio premeva molto di abbassare Federigo usurpator di Sicilia, e di ripor questo regno in mano degli Angioini di Napoli da lui deferenti, invitò a tal impresa Carlo di Valois, fratello di re Filippo di Francia, e con questa spedizione colse il destro ad un tempo di favorire i disegni de' Neri, inviando il francese, come già l'altro Carlo d'Angiò, in qualità di vicario in Toscana con cinquecento cavalli, e col titolo di paciere di Firenze. Sperava il papa con ciò di recarsi in potere assoluto, e alle sue parti tutti quanti i Comuni. «Così (osserva uno storico illustre) nell'anno medesimo in cui a Roma si dava col giubileo general perdono a tutti i peccati degli uomini, si preparava ivi [pg!18] stesso una grande iniquità, che a Firenze e altrove fu cagione di lunghe sciagure.»[1]

Mentre queste cose da siffatti protettori si macchinavano, e il consiglio de' Posati a Pistoia aveva già consegnata per amor di concordia la signoria per tre anni al Comune di Firenze, la fazione de' Bianchi fiorentini abusando della fiducia, non appena giunta in Pistoia, per afforzarvisi di prepotenza cacciò la Nera, e ne disfece le case e le torri. In questo modo riformata la parte Bianca, poco stette che non fosse poi fatta segno alle tremende vendette de' Neri che tenevano il governo di Firenze e di Lucca, e secondavano le male arti de' fuorusciti. Che volesser costoro già l'abbiam detto. Chiamar lo straniero a Firenze per lor private vendette, era massima iniquità. E lo straniero avido di potere e di danaro, venne e vi si fece tiranno. Scellerato paciere, che a nome del papa dava forza ai ribaldi di riempire di sangue e di desolazione tanto bella città! Sotto il suo usurpato governo ogni sorta di nefandità fu commessa. Al principio dell'anno 1302, Carlo di Valois macchiato omai di molti delitti, se ne partì e andò a Roma per aver consiglio dal papa, e gli chiese danari. Bonifazio (come narra pure Dino Compagni) gli replicò che mandatolo a Firenze, lo aveva messo nella fonte dell'oro. Risposta che bene spiegava la qualità delle sue intenzioni.

Dai fatti che seguitarono, apparisce secondo i cronisti e lo storico prelodato, che fin d'allora fu stabilito l'esilio dei Bianchi. Infatti il Valois tornò a Firenze, e sapendo che ivi era la fonte dell'oro, saziò a quella le bramose sue voglie. Fece altre rapine; diè sentenze di morte; pubblicò i beni, e arse le case ad alcuni, che falsamente e con empio artificio furono accusati di aver cospirato per ucciderlo. Imprecato da tutti, deliberò di partirsi; ma prima «nuovi tormenti e nuovi tormentati!» Per mezzo del suo vil potestà, procede alle condanne del bando, ed esiliò oltre a seicento cittadini, i principali de' Bianchi, che sparsi per Toscana e fuori, fecero causa comune coi Ghibellini. Tra questi esuli [pg!19] fu anche il grande Alighieri. Citato a comparire per essere stato dei Bianchi, e per aver contrastato alla venuta dello straniero, non si presentò, ed ebbe arse le case, confiscati i beni, e condanna di morte! Ma egli aveva il modo a vendicarsi solennemente delle scellerate condanne; e fra le miserie dell'esilio, sentì crescersi la forza dell'animo per consacrare all'infamia i furibondi settari, e i suoi giudici iniqui.