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[CAPITOLO III.]
FIORI E ARMI.
«Quando va fuori adorna, par che 'l mondo
Sia tutto pien di spiriti d'Amore,
Sì che ogni gentil cor divien giocondo».
—— Sonetto di Messer Cino.
«Ridendo, par che s'allegri ogni loco;
Per via passando, angelico diporto,
Nobil negli atti, ed umil ne' sembianti».
—— Altro Sonetto di Messer Cino.
Da antico tempo costumava a Pistoia, come a Firenze, di festeggiarsi dal popolo nel primo giorno di maggio il ritorno di primavera. Ciò si faceva sulle pubbliche vie e nelle case, con trionfi di fiori, con giuochi, con balli, e con sollazzi di varie guise. Dopo gli ultimi eccidi per le civili discordie, e dopo gli esili di tante famiglie, i tempi a dir vero in Pistoia per pubbliche feste non pareano opportuni. Nondimeno da circa tre anni che vi fu creato il consiglio de' Posati, e per la tutela che ebbe di quel governo il Comune di Firenze, vedendo i rettori restituita alquanto di quiete alla città e al distretto, essi medesimi vollero in questo giorno ripristinare in modo straordinario pubblici rallegramenti, e far così obliare per qualche istante le passate sciagure. E il popolo, che agli spettacoli per propria indole si sente allettato; quello poi di sì forti tempre, e vivace ad un tempo, che facilmente passava dalle danze agli assalti, ignaro al tutto della nuova [pg!21] sventura che al di fuori gli si apprestava, n'ebbe caro l'invito, e concorse desioso a prendervi parte.
Ed ecco che fino dall'alba i sacri bronzi suonavano a festa. Da quell'ora, del più bel mattino d'un primo di maggio, la cattedrale riboccava di popolo, perchè era solito che anche co' sacri riti si festeggiasse questo bel giorno. Lì in quella piazza maggiore avresti veduto giungere ogni momento giovani donne, per lo più dal contado, farsi largo fra 'l popolo con volti belli e giulivi, e con a braccio ed in capo gran canestri di rose, avvicinarsi alla chiesa, e alla porta di essa presentarle a un sacerdote che le benediva. Antico costume che in Pistoia, e in questo mese, tuttora si mantiene, e che forse si volle sostituire alle pagane feste floreali. Que' fiori si vendevano poi per le vie, a mazzi e a ghirlande come un li volesse. Le rose in tal giorno avevan pel popolo un che di mistico, di lieto augurio, di benedizione, tanto che non v'era alcuno che ricusasse di farne acquisto. Al cessare del suono a doppio di cattedrale, la campana della torre grande di sul palazzo del capitano continuava a gran tocchi: e al tempo stesso le trombe marziali, rispondendo per ciascuno de' quattro quartieri della città, appellavano gli uomini d'arme alle insegne.
—Che è questo?—si dimandavano, imbattendosi per la via di S. Prospero, due vecchi cittadini.
—Calen di maggio, messeri: forse Dio! nol sapete?—replicava loro un altro sopravveniente.—Oh! alla fine mi s'apre il cuore: un po' di festa, un po' d'allegria!...
E un di quelli: