—Vedete! Ed io invece fuggo i Guelfi che hanno invaso la mia Pistoia, per andare fra i Ghibellini a Milano.

—Voi dunque sperate nell'imperatore?

—Spero—soggiunse Cino—in un braccio potente, che ferisca e distrugga le cento idre che avvelenano l'Italia!

E l'altro allora:

—Convengo. Un rimedio alle tante divisioni lo credo anch'io necessario. Ma piuttosto che invocarlo da uno straniero, non vi pare sarebbe meglio cercarlo al pontefice, messo da Dio a conciliare gli umani dissidi, fautore di civiltà; e che fino ab antiquo si pose sempre come scudo fra noi italiani e i barbari?

—Sempre, voi dite? Ma dapprima, vi prego, non discutiam di persone, come ora saremmo astretti: quando è omai noto che papa Clemente d'Italia non è, e neppur vuol saperne, stabilitosi già in Avignone. Del rimanente, non v'ha dubbio, il papato ne' primi secoli si adoprò a salvare il popolo e la civiltà latina dall'oppressione straniera e dalla barbarie. E a que' papi veramente dobbiam gratitudine. Ma dappoichè la Chiesa si obbligò di per sè, e quasi direi s'infeudò all'impero coi titoli baronali ch'ebbero i vescovi, e coi diritti che si assunsero di poi su i Comuni, dovete convenire che essa medesima divenne emula ed ostile ai poteri civili. Di qui la gran lotta: la cui principale arena per isventura essendo stata l'Italia, ne restò scissa in piccoli [pg!210] Stati fra loro discordi, senza che un solo pontefice valesse mai a collegarli, e con efficacia a difenderli.

Cui l'ambasciatore:

—E che, messer Cino? Dimenticate voi forse quanto fece in pro della civiltà e della Chiesa il papato sotto il pontefice Gregorio settimo? Non fu egli quel vostro terribile e sapiente monaco toscano[3] che presso alla sedia papale d'un Leone, d'un Vittore, d'un Stefano, d'un Niccolò e d'un Alessandro, iniziò le riforme, e afforzò il sacerdozio, prossimo a lottar con l'impero?

—Dimenticarlo! no certo.

—Vedetelo poi lui stesso su quella sedia, che difficile impresa non si prescrisse! Il rinovamento e lo stabilimento definitivo del celibato ecclesiastico....