L'AMBASCERIA.
A che, Roma superba, tante leggi
Di senator, di plebe, e degli scritti
Di prudenti, di placiti e di editti,
Se 'l mondo come pria più non correggi?
Leggi, miser' a te! misera, leggi
Gli antichi fatti de' tuoi figli invitti,
Che ti fer già mill'Affriche ed Egitti
Reggere; ed or sei retta e nulla reggi!
—— Messer Cino, Sonetto.
Arnaldo di Pelagrua francese, cardinale di Santa Maria in Porto, nel tempo di che discorriamo risedeva come legato pontificio in Bologna. Il capitan Vergiolesi vedevasi tuttodì minacciato da lui, e da quel Comune che parteggiava pe' Guelfi Neri, d'assediargli il castello. La somma delle ragioni era quella del diritto di conquista, contro l'avverso partito; del più forte contro il debole. Le milizie di Bologna si erano infatti avanzate verso il confine di quel territorio vicinissimo della Sambuca. Allora sorse nell'animo del capitano di mandar di nascosto il suo consanguineo Lando de' Vergiolesi, sotto nome di ambasciatore del vescovo di Pistoia, a papa Clemente in Avignone, acciocchè e' comandasse che i Bolognesi desistessero dalle ingiuste pretese. Ma il papa, sospettando del vero, richiese a Lando il mandato del vescovo. Or come questo non era che uno di quelli strattagemmi tentato [pg!207] altre volte, trattandosi di possesso già feudo dell'episcopio, per viepiù impegnare il papa a tutelarlo ne' suoi diritti; egli invece come sentì che il mandato non v'era, comandò che lo congedassero. Intanto faceva scrivere al cardinale legato di Bologna, prendesse possesso della Sambuca pel vescovo di Pistoia. Il cardinale che era Guascone come papa Clemente, e nipote suo, pensiamo se esitasse un momento! Inviò subitamente al castello un suo ambasciatore a significare al Vergiolesi il pontificale decreto. L'ambasciatore fu Lotteringo dei Lambertazzi.
Questa casata di parte ghibellina, opposta alla guelfa de' Geremei, richiama alla mente il tragico fine di due giovani amanti, Imelda e Bonifacio; colei della prima, questi dell'altra famiglia. Erano corsi poco più che tre lustri da che quel crudo fatto avveniva (1273), e aveva diviso in due parti tutta Bologna. Questa città appellata per antonomasia la dotta; gloriosa pel suo Irnerio e pe' suoi glossatori; fiorente in quel tempo di circa dieci mila scolari alla sua Università, la più illustre d'Italia, non potè sottrarsi alle feroci ire delle fazioni.
Prevalso il partito guelfo per opera de' Fiorentini; e i Geremei e i Guelfi tutti volendo prendere la rivincita sulle sconfitte che ebber sofferto da' Lambertazzi e consorti capitanati dal celebre conte di Montefeltro; faceva aspra vendetta su i Ghibellini con incendi ed esili. Messer Lotteringo che era di questo partito, veduta la mala parata, e preso poi da smodata ambizione, lasciò a tempo la propria parte e s'acconciò coi curiali del cardinale. Il Pelagrua, considerato com'egli fosse nobile e ricco e pronto d'ingegno e della parola, molto volentieri l'accolse fra' suoi; e subito, come a trionfo sull'avverso partito, lo inviava ora al caporal del medesimo, in qualità di ambasciatore di Santa Chiesa. E già costui s'era posto in viaggio e recavasi a compiere la sua missione.
Quello spazio di cammino che v'è da Bologna ai dintorni della Sambuca, e che ora per via ferrata fino al ponte della Venturina si compirebbe in poco più di due ore, bisognava allora percorrerlo a cavallo in due buoni giorni. Era quella [pg!208] una via che, per quanto la più frequentata per passar l'Appennino e venire in Toscana, traversata però da fiumane senz'alcun ponte, le quali per le piene istantanee ne trattenevano spesso il viaggio; ardua per le frequenti salite e discese; pericolosa per le vicine boscaglie, d'onde da qualche tempo sbucavano assassini e aggredivano il viandante; divisò l'ambasciatore di cavalcarla in pieno giorno con genti del suo seguito e ben armate. Il primo dì fino al paesello di Vergato; il secondo fino al Cerreto, o monte della Madonna, alle falde del quale era l'antico castel Porredo, poi contea di Porretta, rinomata anche allora, e già da cento anni, per le sue acque termali. Sperò poi la mattina seguente pervenire alla Sambuca, ove poco innanzi gli fosse dato di guadare il piccolo Reno.
Questo fiume, o meglio torrente, che sorge nei monti del Pistoiese (a Prunetta) e divide il territorio bolognese da quel di Pistoia, per quanto povero d'acque, verso Bologna ne' tempi andati dilagavasi tanto, che v'avea formato una isoletta per la quale andò sì famoso. Perchè è da sapere che fu colà dove il terribile secondo triumvirato di Ottaviano, Antonio e Lepido convenne a conferenza, e si divise il governo della romana repubblica. Cinque legioni stavano a guardia di lor persone da una riva e dall'altra del fiume. Lepido visitò il luogo prima che gli altri v'entrassero. Vi giunsero poi Antonio e Ottaviano, e tutt'insieme si fecero certi non avere alcun'arme. Per tre giorni vi fu discusso del come partirsi fra loro le province romane. Poi qui fu segnata la lista di proscrizione di trecento senatori e di tremila cavalieri; eccettuandone diciassette che immantinente ordinarono fossero trucidati. Fra questi il primo designato alla morte volle Antonio che fosse Cicerone, il grande oratore, il suo stesso benefattore! Da gran tempo quell'isola più non esiste. Così potesse cancellarsi la memoria delle tante scelleraggini che vi furono ordite!
Era circa il mezzo del dì che l'ambasciatore con la sua gente giungeva al castel di Sambuca. Messer Fredi, nell'assenza del padre andato a munire i confini, fu ei che l'accolse: e per la sua natural cortesia, e pel titolo del personaggio [pg!209] s'ingegnò di trattarlo con ogni riguardo. E mentre doveva attendersi il ritorno del capitano, Fredi allora gli presentò messer Cino. Costoro per la dimora simultanea avuta in Bologna, subito si riconobbero: e benchè adesso di contrario partito, si assisero insieme: e com'è costume fra civil gente, con animo il più pacato (lo che se non sempre in questi tempi si suol seguire, tanto era più difficile in quelli) si diedero a discutere sulla parte politica che ciascuno avea presa.
—E voi dunque—prese a dire messer Cino—venite qual ambasciatore di parte guelfa?
—Sì, messer Cino; è la parte cui pel meglio della mia Bologna credei d'accostarmi.