—Hai udito?—rispose—soffron troppo più di me quelle misere!—E fattole raccorre il più possibile di lini e di vitto, come soleva nel visitarvi spesso le inferme, si recò immantinente a quella sede del duolo.

Vestiva Selvaggia un abito scuro e dimesso, e le copriva il bel viso un gran velo nero. Passò così inosservata per le vie, e giunse laddove stavan giacenti quelle infelici. E che poteva far mai una nobil donzella, non usa ai servigi i più umili che colà bisognavano? Eppur la gentile a quali porgendo una soave parola, a quali un'aita nelle stesse opre servili, apparve fra loro come l'angelo della pietà!

Intelletto d'amore, squisito senso di tenerezza quanto può essere in donna, tutto era in lei; congiunto poi a quell'entusiasmo d'un cuore magnanimo che tutto sacrifica per un nobile scopo. Fischiavano infatti le frecce nemiche, che, svettando le mura, talvolta le cadder vicine! Che importa? Ell'affronta il pericolo perchè vuol esser fra' suoi, fra 'l padre e il fratello che dopo tante sventure le son anche più cari. Vuol dare anch'essa il suo obolo per la patria, vedendo che in tanto estremo val pur qualche cosa. La sua sola presenza rianima infatti i combattenti e i feriti: perchè in donna il gentile animo caritativo, congiunto a beltà, non è a dir quanto valga! È un raggio celeste che riscalda e ravviva! Nè a ciò solo è contenta. Di casa in casa porta soccorsi alle povere famiglie, dove non eran rimasti che vecchi e fanciulli e vedove desolate: e questi e quelle raccomanda al Comune perchè non si lascino in un crudele abbandono. Si direbbe che nell'opere patriottiche, per quanto l'è dato, vuole emulare i parenti e il suo Cino.

Questi, con quel ministero che gli era proprio, quello della parola, non aveva lasciata occasione per soccorrere il suo paese. Prima a Firenze da que' di sua parte, e presso li stessi della Signoria per distorli da quell'assedio. Non guardò a cavalcarvi di giorno e di notte, benchè insidiato da quel suo personale nemico. E come pur troppo ogni cura [pg!137] gli tornò vana, tentava adesso, dopo cimenti sì disperati, di far sì che si cessasse dall'armi.

In Pistoia da poco tempo si eran rifugiati alcuni parenti del cardinal Niccolò da Prato; astretti a partir dalla terra natale, poichè colà il cardinale ed i suoi eran venuti in sospetto di favorire i Guelfi di parte bianca. Al capo di cotesta famiglia messer Cino credè espediente di far ricorso. E come coi rettori di Pistoia aveva già convenuto, segretamente si adoperò perchè rappresentasse al cardinale il misero stato dei Pistoiesi, ed ei presso al papa ne perorasse la pace. Nè pago di ciò, spedì un messaggio con lettere ai concittadini, messer Giovanni Fioravanti e messer Vinciguerra Panciatichi, mercanti molto stimati in Avignone; e altre a messer Aldighieri della Torre che era in corte del papa, perchè di concordia e per carità del comun loco natìo patrocinassero questa causa. Ma in presenza di eserciti combattenti, le arti diplomatiche ebber sempre lo stesso inutile effetto.

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[CAPITOLO XII.]

I FUNERALI.

«Di nobil pompa i fidi amici ornaro

Il gran ferétro ove sublime giace.»

—— Tasso, Gerusalemme, C. XIII.

«I' vidi già cavalier mover campo,

E cominciare stormo, e far lor mostra.

E talvolta partir per loro scampo.»

—— Dante, Inferno, Canto XXII.