E il duca, ricevutele, ne fece tosto lettura, e poi replicò:
—Agli onorevoli legati del suo signore e pontefice Clemente V risponde ossequioso il duca Roberto: e si pregia di dir loro che la volontà del santo padre è stata in ogni tempo la sua. Ricordasse che i reali di Napoli furon sempre in Italia i principali sostenitori di parte guelfa e del pontefice, e i difensori dei suoi diritti. Che il duca di Calabria grandemente va lieto ogniqualvolta possa mostrarglisi figlio obbediente e servitore fedele. Che però riferiscano pure i pontifici legati sè esser pronto a lasciare il campo e l'assedio della città di Pistoia, e ad esortare i suoi capitani consorti a ritirarsi da essa con le proprie milizie.
Com'egli ebbe finito, vi fu un istante che gli animi rimaser sospesi, quasi aspettando il generale consenso. Ma gli altri capitani, inarcando le ciglia, si guardaron l'un l'altro e non fecer motto! Allora messer Guglielmo ruppe il silenzio, e voltosi al duca, disse altero e reciso:
—Bene sta, e così confidiamo!
[pg!142] E congedatisi, il duca per onorarli li volle accompagnare fino agli steccati; dove risaliti a cavallo se ne partirono.
I capitani fiorentini e lucchesi non si mossero però! Fermi egualmente nel rigettare i comandi, e tanto più le minacce di scomunica di papa Clemente; vicini omai a poter dire: «abbiam vinto!» si limitarono a rispondere al duca che tutto al più avrebbero spedito un messo a ciascun rettore di lor città per averne un consiglio. E il messo incontanente partì. Ma fatti avvertire i Comuni di Firenze e di Lucca che quelle minacce dovevan ritenersi quale artificio de' loro avversari, com'era da credere, il messo tornò diviato con la risposta—si seguitasse l'assedio!
In Pistoia frattanto il giorno seguente si eran fatte concepire di grandi speranze. Quando invece poco dopo si seppe che il solo duca Roberto co' suoi baroni aveva obbedito, e si era diretto per Avignone. E ciò perchè troppo gli stava a cuore di tenersi devoto al pontefice, da cui dipendeva la collazione della corona di Napoli, e che difatti, per la morte del padre, ricevette dal papa tre anni dopo. Al tempo stesso fu riferito che i Fiorentini e i Lucchesi con tutte le milizie del duca, nulla curando le censure papali, vi si erano rifiutati. Che anzi per tutta risposta atteser di subito a creare il nuovo capitan generale: e questi fu quel Don Diego della Ratta maliscalco del duca, per più allettarlo a rimanervi co' suoi: e fu dei Lucchesi Maroello marchese Malaspina; e dei Fiorentini messer Cante de' Gabbrielli d'Agobbio. Costui, uomo senza misericordia, quegli stesso che aveva pronunziato la sentenza di condanna dell'Alighieri e degli altri esuli Bianchi, consigliò incontanente che, tutti da ogni lato, cioè a un tiro di balestra, si avvicinassero alle mura per far più stretto l'assedio.
E sì che a que' loro armigeri la vita del campo era già parsa grave e quasi insopportabile: tanto più che molti ricchi Fiorentini e Lucchesi v'avevan costretti de' lor contadini con danno dell'agricoltura: e se li udivano poi ogni giorno andare in lamenti e alienarsi da loro, perchè spesso tenutivi senza paga e pel solo vitto! Ma i rettori di Firenze e di Lucca non sgomentarono; e benchè scarsi a denari, trovarono un [pg!143] sottil mezzo per ricavarne. Lo fecero per via d'una taglia, detta la sega, che posero ogni giorno, tanto per testa, a' Ghibellini e a' Bianchi, sì di città che a' confini. Ordinarono inoltre che chi aveva figliuoli atti alle armi dovesse mandarli all'esercito entro a venti dì: trascorsi i quali si costringesse a pagare una grossa taglia.
Intanto i capitani di Pistoia eran venuti a sapere che con lo stringersi dell'assedio vari cittadini che s'erano ancora arrischiati a uscir di città da Porta Guidi per procacciar vettovaglie, benchè di notte, e numerosi ed armati, erano stati sorpresi e fatti prigioni; e alcuni, di nuovo guasti barbaramente nelle braccia e ne' piedi, trascinati a ludibrio fino a piè delle mura! Nè a que' miseri era più dato sperare d'esser veduti da' lor parenti, ed averne soccorso. Perchè fin d'allora i capitani, potendo, saettavano dalli spaldi chi veniva a trasportarli colà, e i mutilati li ritraevano per curarli: ma eran corsi ordini severissimi che nissun cittadino si affacciasse più alle mura, per timore che a quella vista non cadessero in isgomento. Non sì però che alcuno non venisse a saperlo e non li vedesse. E allora!... pensiamo quale straziante spettacolo! Riconoscervi in quello stato, monche le membra, contraffatti e gridanti pietà, o un amico, o un fratello, o il padre stesso...! Ma que' prodi raffrenavano il pianto, e serravano in petto l'acerba doglia: tanta era la costanza de' lor propositi, e il debito di così fare finchè potesser resistere!
A queste pubbliche sciagure venne ad aggiungersi una privata, che pur commosse ogni ceto di cittadini. Aveva compiuto il suo corso mortale madonna Adelagia, consorte al capitano messer Lippo de' Vergiolesi. Era può dirsi la più insigne donna della città. I guerrieri compassionavano nella morte di essa al dolore del capitano e del figlio; le donne in particolare a quel di Selvaggia; e tutti, ma le madri poi, alla misera gentildonna, che si era veduta riportar fra le braccia il cadavere del suo figlio Orlandetto! Perlochè i funerali di lei, sia per la nobiltà della stirpe, sia pe' titoli che alla pubblica onorificenza aveva già la casata, si compierono i più solenni. Fu portata alla chiesa fra una folla [pg!144] immensa di popolo. Nell'esequie ebbe letto di sciamito, o velluto rosso; ed essa pure fu adorna d'una veste di detto sciamito, e di drappo d'oro. Moltissimi torchi di cera; parte dei quali portati dai valletti della famiglia, con al braccio gli scudi ov'era lo stemma di essa; altri per onore inviati dal Comune. Alcune croci precedevano il feretro; poi sacerdoti e monaci; e dodici fanti con cerei e doppieri d'intorno al corpo. Seguivano tutti i consorti e parenti stretti della casata vestiti a sanguigno; chè allora non il nero, ma questo colore era segno di lutto. Appresso tutte le donne entrate od uscite da detta casa, vestite pure a sanguigno. Tutta la chiesa dentro e all'esterno parata a lutto; e perdurante il funebre rito un rintocco di sacri bronzi e uno squillo di trombe per più riprese. Non mancò alcuno dei capitani; e fra questi, gravi di doglia si vider pure lo stesso consorte ed il figlio. Costoro, perchè tali onoranze si fecero a mezzo del dì, poteron per breve lasciar le mura senza pericolo. Veder quella chiesa!.... era gremita di popolo! I più cospicui cittadini non vi mancavano. Per segno di lutto sedevano in terra com'era dell'uso, sopra stole di giunchi; i cavalieri invece sulle panche, e tutti d'intorno al feretro.