Appena che il sacro rito ebbe termine, il popolo era già per uscire; allorquando vi fu trattenuto dalla voce in un momento diffusa che l'Uberti capitan generale, lì presso al feretro, come talora a que' tempi si costumava, avrebbe creato cavaliere messer Fredi de' Vergiolesi. Accertatisi di questa nuova, unanimi tutti lo disser degno di tant'onore, per ciò che aveva fatto in pro della patria. Solenne e straordinaria ceremonia era questa; sia per la circostanza pietosa, come per la presenza di tutti gli uffiziali delle milizie, e in tempi sì gravi. Tutti gli occhi allora si diedero a cercare messer Fredi, tutti li sguardi furon volti sopra di lui.

Ed ecco che il giovine candidato, appena avutone il cenno, s'innoltra verso l'altare: laddove giunto, sguainata la spada che pendevagli al fianco da una ciarpa ad armacollo, la porse al sacerdote, che in appositi paramenti colà l'attendeva. Questi allora posatala sopra un cuscino, intonò solenne preghiera secondo il rito: quindi la benedisse, e come glie l'ebbe [pg!145] restituita, quei la ripose al suo fianco. Non sì tosto messer Fredi lasciati i gradini dell'altare tornò in mezzo ai guerrieri, che, accompagnato da due capitani, andò a porsi, piegando un ginocchio, dinanzi al capitan generale che doveva armarlo, e presentògli la spada. Alzatosi il capitan degli Uberti dalla sua sedia, richiedevalo con qual animo volesse entrare nell'Ordine: cui egli rispose—ad onore e tutela della religione e della patria.—Dopo ciò alcuni cavalieri gli adattarono gli sproni d'oro (e infatti cavalieri a spron d'oro avean nome); gli posero il giaco di maglia, la corazza, i bracciali e le manopole; poi il capitan generale gli cinse la spada. Non gli mancava che l'elmo e il caschetto, lo scudo e la lancia; le quali armi compiuta la ceremonia, da tre scudieri del capitan generale gli furon consegnate. In tal modo addobbato, come dicevano, tornò a prostrarsi con un sol ginocchio dinanzi al capitano. Questi sorto di nuovo, gli battè la propria spada sul collo, come ad ammonirlo che dovesse sopportar con fermezza i pericoli che avesse incontrati. Richiese per fine il novello cavaliere del suo giuramento.

Nella chiesa ad ogni ceremonia era stato fra la folla, come suole accadere, un agitarsi e un sospingersi più in alto per meglio osservare. Ma a questo punto si fece un silenzio fra tutti gli astanti. Allora messer Fredi si levò dignitoso, si volse verso del feretro, e impugnata e distesa la spada, ad alta voce esclamò:

—Giuro sul cadavere di mia madre di difender la patria fino agli estremi!

Non aveva ancor detto, che per un moto istantaneo tutti i capitani, levate le spade, gridarono a un tempo:—«giuriamo!»

Questa parola ebbe un eco fra le pareti del tempio, e d'un sacro fremito riempì il cuore di tutti.

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[CAPITOLO XIII.]

LA RESA.

«Serrato è lo mio cor di dolor tanto,

Ch'io non posso parlar nè tragger guai,

Rimembrando di quella che mirai

Dolente sotto un vel tinto di pianto.»

—— Sonetto di M. Cino da un Cod. Strozz.