«Lasso! pensando alla distrutta valle

Spesse fiate del mio natìo sole,

Cotanto me n'accendo e me ne duole,

Che 'l pianto al core 'n sin dagli occhi valle!»

—— M. Cino nel Canzoniere.

Il potestà degli Uberti una tal mattina era entrato nella sua stanza d'ufficio più di per tempo, perchè v'attendeva il rettore della città, Guglielmini, per conferire sul partito da prendere, a misura che le condizioni dell'assedio ogni dì più peggioravano.

Era già nel cuor dell'inverno. La rigidezza della stagione lo aveva costretto a far porre il suo tavolino e le sedie presso d'un gran caminetto dove ardeva un gran fuoco. Qui co' suoi segretari sbrigava gli affari, mandava lettere e ordinanze. Quando di lì a poco, rimbacuccato nel suo cappuccio, col giaco, i cosciali e gli schinieri di cuoio, ed al fianco la spada, entrava a lui il Guglielmini rettore della città.

Licenziati allora i segretari:

—Sedete qui appresso al fuoco—dissegli il degli Uberti.

[pg!147] —Oh! gli è un bisogno, chè il freddo è eccessivo!—soggiunse l'altro.—Penso a' poveri militi... e a queste notti! Vengo ora da loro; insieme col Vergiolesi ho ordinato gran fuochi sugli spaldi, per tutto: gli ho incuorati.... Ma!... pur troppo, quello che soffrono, agli spedali ogni dì più si conosce!

—Si: ma credete voi che non soffrano per ugual modo anche i nostri nemici? Allo scoperto e' vi son più di noi!

—E che per questo?

—Gli è per dire che ciò da un lato ci può tornare a vantaggio. E infatti mi fu riferito che i capitani sì de' Lucchesi che de' Fiorentini si lagnano di gran defezioni; e dicevan fra loro, che se non avesser creduto che fra pochi giorni ci dovessimo arrender per fame, e se infine l'onor loro non vi fosse impegnato, a quest'ora col disordine e i lamenti che erano al campo!... dovere stare alle pioggie, non tutti sotto le tende; e più poi assiderati dalla neve e dai ghiacci di questa invernata, le cose finivan male, e davano sgomento agli stessi rettori di Firenze. Ora noi a buon conto dall'intemperie abbiam la città che ne porge un riparo.

E a lui il Guglielmini: