Ras Alula fece infatti introdurre in nostra presenza i due prigionieri: Yavolet-ciarkos, un bravissimo giovane che da Massaua ci aveva accompagnati durante tutto il viaggio, che lasciammo a Debra Tabor con Bianchi e che ci raggiunse speditoci quale corriere a portarci la lettera del re; il secondo altro buon giovane che da poco era al nostro servizio. Tutti due nativi dello Scioa, e ras Alula fece dichiarare a noi e giurare al capo dei nostri servi che non avevamo altri dello Scioa addetti al nostro servizio. Si visitarono da capo a piedi, nelle pieghe dello scemma, si tagliarono persino i sacchettini di pelle coi talismani che portano al collo, si fece loro subire un interrogatorio, poi ci fu dichiarato che non si potevano rilasciare, e che anche noi non l'avressimo passata molto bella se ras Alula avendoci conosciuti dal re, non avesse visto quanto gli eravamo amici. Unico motivo
di questo imprigionamento è che quei disgraziati erano dello Scioa; nel resto mistero, come pur troppo è mistero per noi la sorte che avranno subito. Io dubito sospettassero che potessero essere spie di re Menelik, e che col pretesto d'essere nostri servi avessero ad osservare i movimenti dell'armata di ras Alula, e forse portarne nuove in Massaua o recarle al loro ritorno in patria. Comunque sia, in questo momento ci si risvegliarono le memorie dell'accoglienza di ras Area, e per quanto si fosse fatto tardi abbiamo voluto partire per andarci ad accampare a poco più d'un'ora, accompagnati per di più da una pioggia torrenziale. Nel villaggio dove trovammo asilo erano le più belle ragazzine che mai ho vedute. Profili regolarissimi, forme snelle, eleganti, occhioni grandi ed espressivi, pettinature stravaganti intrecciate a conterie che cadevano sul fronte, vestite di semplici pelli adorne di piccole conchiglie, collane e braccialetti di conterie o di metalli alle mani e ai piedi. I più bei tipi selvaggi, delle vere piccole Selike.
Il giorno 19 prima che il sole sorgesse noi eravamo pronti per toglierci dalla compagnia di questa soldatesca impertinente e screanzata che ritiene spirito e vanto l'insultare chi passa coll'affibbiargli l'epiteto di turco.
La via corre sempre su e giù per alture fatte verdi dalle recenti piogge. Abbiamo uno stupendo effetto di eclissi che ci lascia in un buio perfetto, e ci permette di ammirare uno stupendo e perfetto anello di luce attorno all'ombra portata dalla luna sul sole. Dopo circa sette ore di cammino arriviamo in una specie di altipiano al centro del quale sorge un'altura, e su questa andiamo ad accampare, nel villaggio di Gura a 2100 metri. Disteso dinanzi a noi sta il campo della famosa battaglia, e domani lo visiteremo nel nostro passaggio. Qui è forza procurarci buoi pel trasporto del bagaglio, chè avvicinandoci alla costa il caldo è tanto intenso che le mule soffrono troppo, e d'altronde
non trovano nulla a mangiare, mentre il bue s'accontenta di qualunque cosa e resiste assai più al digiuno. Torniamo dunque agli antichi amori delle questioni per il prezzo e il peso delle casse, e finalmente si riesce di combinare. Un saluto da qui all'Abissinia, chè questo è l'ultimo villaggio prettamente abissinese che incontriamo: da qui innanzi entriamo nei territori degli Sciohos, le tribù indipendenti che ci dipingono come ladre, alle quali però aspetto di accollare questo epiteto, per accertarmi se realmente se lo meritano.
Continuando direttamente a nord, il giorno appresso attraversiamo la pianura sparsa ovunque di ossi degli Egiziani che vi furono massacrati. Le piogge, trascinandole colla loro veemenza, ne radunarono qualche volta delle vere masse nei punti più depressi o nei letti dei torrenti, dove ad alleviare il triste senso che producono quei miserabili avanzi umani, sorge il pensiero che almeno natura li radunò per l'eterno riposo, mentre la malvagità degli uomini li lasciava sparsi a scherno e trastullo dei passanti.
All'estremo nord dell'altipiano si eleva un vasto cono isolato che sta come a sentinella dell'immensa vallata, che dietro lui si distende, e determina quasi il confine geologico di quello che si può propriamente chiamare altipiano etiopico. È questa l'altura che avevano occupata gli Egiziani durante la guerra, fortificandone tutto il versante che guarda Gura con trincee armate, e coronandone la vetta con un bellissimo forte a casematte, fosse, polveriere, scavate nella nuda roccia, e fornito di batterie terribili d'acciaio. E gli Abissinesi hanno avuto l'ardire di darvi l'assalto colle lance e le spade!...
Da qui, seguendo una strada tracciata dagli Egiziani per portarvi i cannoni, ma che è tutta lasciata andare in rovina, discendiamo fino al villaggio di Kaiakor, a 1880 metri, che troviamo quasi spopolato, perchè gli abitanti saputo dell'avvicinarsi
del corpo di ras Alula, si sono quasi tutti rifugiati nelle montagne.
Il 21 proseguiamo nella pittoresca vallata che sbocca in un vasto altipiano ondulato, attraversato il quale troviamo una gran discesa che ci porta nel fondo della valle presso dei depositi d'acqua, e qui ci fermiamo per riposo nostro e delle bestie, all'ombra d'un gruppo di giganteschi ficus. Circa le due ci rimettiamo in strada e dopo un paio d'ore, mentre si cammina nel letto del torrente, vediamo venirci incontro un arabo a mula, seguito da un buricco e da un servo.