Lo crediamo un impiegato di dogana, un ufficiale egiziano che viene ad ispezionare, ma mentre facciamo queste supposizioni ci troviamo dinnanzi il nostro bravo Tagliabue, completamente ristabilito, ingrassato, e sotto mentite spoglie. Da Adua si era spedito un corriere a Massaua, annunciando il nostro arrivo e pregandolo venirci incontro con qualche provvigione, e lascio immaginare con quanta gioia lo riabbracciammo tutti quanti. Si discende sempre lungo il torrente, spesso nel suo letto, qualche volta attraverso piccole alture, attorno alle quali le acque fanno le loro evoluzioni. Verso il tramonto ci fermiamo in un largo spazio detto Derassò, ai piedi della salita del monte Bamba. Tagliabue ci ha portato pane, vino, sardine, maccheroni, noi ammazziamo un bue che facevamo seguire per provvista, e così in poco tempo si prepara una cena come da qualche mese non avevamo più avuta.
Per evitare il caldo insopportabile del giorno e per accelerare, sperando arrivare al vapore egiziano a Massaua, ripartiamo alle due di notte: erta salita, poi forte e lunga discesa: strada pessima, poca luna coperta da nubi, quindi buio quasi perfetto e pericolo continuo di romperci il collo, ma l'orgasmo del rivedere il mare ci spinge e ci sostiene. Si segue sempre la stessa vallata che gira in mille direzioni per tendere in fine a nord-est.
Verso le dieci ci fermiamo presso poca acqua putrida, verde quale smeraldo, conservata in una infossatura del letto del torrente. Le montagne si vanno facendo sempre più basse e aride, coperte da piante delle quali letteralmente non restano che i tronchi, e il suolo sparso d'erba gialla che con un fiammifero si potrebbe tutta incendiare. C'è nelle tinte del paesaggio la vera impronta della siccità, della flora bruciata. Lasciate passare le ore del gran sole, ci rimettiamo in strada un paio d'ore prima del tramonto: le nostre mule sono sfinite dalla fatica continua e dalla mancanza di cibo, per cui è forza aiutarle meglio che cavalcarle: il caldo si fa sempre più soffocante, terminano le alture e subentra un vasto piano inclinato fesso di quando in quando da larghissimi letti da torrente. Molti ne attraversiamo, e sempre ci dicono dobbiamo scorgere il mare, ma mai non vi si arriva: il sonno e la stanchezza resi ancor maggiori dall'afa terribile ci ammazzano, ma vogliamo giungere alla meta. Nei letti dei fiumi troviamo scavati dei pozzi dai quali si ha acqua fangosa e salmastra, ma che l'arsura ci fa bere, vincendone la ripugnanza. Finalmente fra le due e le tre di notte battiamo alla porta di un greco che in Omkullo tiene una piccola bottega d'acquavite. Ci rifocilliamo, riposiamo qualche ora, poi ripartiamo per Massaua, dove ritroviamo tutti i nostri buoni amici e la cattiva notizia che il vapore è partito il giorno prima.
Eccoci dunque per due settimane condannati ancora a questo soggiorno.
Non dico della festa che abbiamo dal bravo Habib Sciavi e dagli altri amici che avevamo lasciati in questo paese: è una gara per vederci, felicitarci del nostro viaggio, che davvero conteremo per sempre fra le migliori nostre soddisfazioni.
Come vita Massaua ci pare un paradiso dopo l'Abissinia, pure subito si rimpiange la vita delle emozioni, la vita variata della carovana.
Il caldo è insopportabile, chè nelle posizioni e nelle ore più ventilate si hanno da 38° a 40°, e in qualche ora del giorno il termometro sale fino ai 46°.
Non un momento di tregua nè giorno nè notte, è un continuo soffocare e traspirare, ciò che è molto noioso ma igienico per noi che abbiamo assorbita tanta umidità. Nella giornata, il costume più che semplice adottato anche per le strade, e la notte il portarsi a dormire sulle terrazze sono, i soli rimedii contro questo molesto perseguitatore. Il sole dardeggia i suoi raggi verticali, infuoca il suolo, e pochi passi a capo scoperto bastano per caderne fulminati.
Il primo agosto arriva il vapore egiziano che continua la sua corsa fino ad Hodeida per fermarvisi due o tre giorni, poi riprendere la via del ritorno, impiegando almeno dodici giorni per arrivare a Suez. Passare tutto questo tempo su una di queste sudicie carcasse non è certo divertente, per cui ci decidiamo d'andare ad Hodeida nella speranza di trovarvi un trasporto inglese col quale proseguire fino in Aden e qui aspettare uno dei vapori della linea delle Indie. Partiamo infatti la mattina del due e dopo una giornata di navigazione, all'alba del tre siamo in vista di una costa che si crede la nostra meta, ma quando ci avviciniamo maggiormente la si riconosce invece per tutt'altro punto. Gran consiglio di tutto lo stato maggiore, e ritenuto che Hodeida deve essere più a sud vi rivolgiamo la prua.